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Figure atmosfere jeans (2003)

Carlo Vita ha organizzato ed allestito Figure atmosfere jeans (2003), mostra postuma di collages della moglie Laura, con stampa del relativo catalogo. Spazio Cinque Sensi , Milano.

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Quanto a me,
ero felice di guardare l’audacia delle tue forbici…
Ted Hughes, Il tappeto di treccia.

Laura aveva da poco varcato i vent’anni quando cominciò a dipingere, verso la fine degli anni Quaranta, a Verona, dov’era nata. I suoi amici preferiti erano considerati in città, con una certa simpatia, e non poca diffidenza, degli “intellettuali”. Ubaldo Parenzo, Vasco Consoli e Nino Cenni, avevano fondato un Piccolo Teatro, Alberto Bàssoli era un buon pittore e poeta, io (il moroso), ero un cinefilo e disegnavo per il quotidiano locale. Lei stessa si sentiva da sempre portata alla pittura, ma i suoi non le avevano permesso di iscriversi alla scuola d’arte, frequentata (si diceva) da ragazze poco serie.

Ricordo il primo quadro di Laura – chissà dove sarà finito – che impegnò lei e noi tutti, affettuosi consiglieri: una veduta della Piazza della Posta, colta dalla prospiciente finestra del suo salotto. Fu un’opera collettiva. C’era nella piazza (e c’è ancora), un giardino con grandi alberi, uno stupendo gingo biloba, orgoglio della città, e delle conifere, credo cedri del Libano, protendenti vaste cortine di fronde a ombreggiare le panchine. Alberto suggerì di trasformare quelle piante in un balletto di verzura, e Laura, nella sua modestia d’esordiente, eseguì subito. Io mi impegnai a rifinire il tetto e le finestre di un palazzo che faceva da sfondo, Vasco si occupò, mi pare, dei fiori nelle aiuole, Ubaldo e Nino collaborarono con pensose e brillanti suggestioni.

Dopo quel primo tentativo, che nella deformazione della memoria mi sembra non fosse riuscito neanche tanto male, compiacendo tutti, Laura mise rapidamente a frutto i consigli professionali di Alberto e quelli dilettanteschi degli altri. Da allora, nessuno osò più intervenire nel suo lavoro.

Dei quadri di quegli anni, tutti ad olio, regalati ad amici e parenti, solo due nature morte restano a documentare le buone qualità pittoriche conseguite da Laura, sia pure nei modi tradizionali (benché aggiornati), della figurazione: efficace impianto compositivo, sicurezza del disegno, armonia dei colori.

Poi Laura ed io ci sposammo, nacque Marco, ci trasferimmo a Genova e là venne al mondo Zeno. Due figli vivacissimi e un marito molto (troppo) preso dal lavoro, non favorivano distrazioni “artistiche”. Prevalsero in lei, persona abituata a impegni veri e seri, i doveri della famiglia. A me, distratto da tante cose che allora giudicavo importanti, resta il grande rammarico di non averla incoraggiata e aiutata a non interrompere un’attività promettente.

Dovettero trascorrere decenni e compiersi un trasferimento a Milano, prima che Laura ricominciasse a “fare pittura”. Espressione impropria, perché nel frattempo l’ultima onda d’urto delle vecchie avanguardie del primo Novecento, demolitrici di secolari convenzioni, aveva raggiunto e modificato in tutti noi il comune senso dell’arte. Complice il “pop” e anche il Sessantotto, i nuovi codici formali e concettuali erano divenuti pane quotidiano, e nessuno si scandalizzava più di niente. Nelle cosiddette “arti figurative”, pennelli e colori in tubetto potevano essere tranquillamente sostituiti da qualsiasi cosa che servisse a rappresentare realtà esterne, ad evocare mondi interiori e ad inventarne di nuovi, concettuali o meno. Ora tutto faceva brodo, e sulla sua sapidità si confrontavano gli esperti di sapori, veri o presunti.

Nel 1974, a Milano, oramai donna matura che sapeva cogliere lo spirito della sua epoca, Laura decise di ricominciare. E scelse d’istinto la tecnica dei suoi nuovi quadri. Un giorno mi disse: “Farò dei collages”. “Tanti fanno dei collages”, obiettai. “Ho già in mente qualcosa: farò i vostri ritratti, dei paesaggi, delle nature morte interamente di tessuto”. Guardò i vecchi, scoloriti calzoni che indossavo: “Farò dei quadri jeans”. Mi sembrò una bellissima idea.

Così ebbe inizio la nuova avventura artistica di Laura. Vi si applicò con l’impegno di sempre. Sequestrò tutti i vecchi jeans che c’erano in casa e ne chiese alle amiche; frugò in cassapanche e ripostigli alla ricerca di ritagli e scampoli di stoffe servite per confezionare – era bravissima – i suoi vestiti; mi mandò a comperare vinavil forte da falegname e tavole di compensato, e cominciò a lavorare.

Il primo collage lo fece durante le ferie d’agosto del ’74 nella casa che avevamo in collina a Marciaga, sopra il lago di Garda. Era un paesaggio: il porticciolo, appunto, di Garda. Un’immagine ariosa, incollata con mano ancora ingenua ma già infallibile. Secondo me, la conferma di una sensibilità non convenzionale.

Un caro amico veronese, Bruno Kovarich, uno dei tanti purtroppo scomparsi, importatore dalla Cecoslovacchia di bellissimi tessuti di lino, mise a disposizione gli scarti delle tovaglie e lenzuola che la sua ditta confezionava: una gamma di colori e di toni, che, mescolati ai jeans, andarono ad arricchire ulteriormente l’inconsueta tavolozza dell’artista.

Seguirono anni di lavoro e di affinamento. Laura escogitò semplici ma efficaci accorgimenti che le consentirono di padroneggiare meglio l’impiego del tessuto, cedevole e fluttuante. Lo incollava su carta e lo stirava, per poterlo poi tagliare esattamente nelle forme volute e farlo aderire meglio al compensato. La sorprendevo cucire e passare al ferro vecchi stracci inamidati che diventavano poi, nei ritratti, simulacri perfetti d’abbigliamento. Aveva imparato a non lasciare gore di colla e pieghe non volute nelle campiture, e a modellare in modo iperrealistico camicette e calzoni sul disegno dei corpi. Come unico utensile per rifinire bordi e collocare minimi pezzetti di stoffa, che diventavano riflessi in un occhio o su una pentola, impiegava un minuscolo strumento da manicure tratto dal suo beauty-case, uno “spingipelle”, normalmente usato per scalzare le pipite dalle unghie ed elevato a mansioni più nobili.

Mi piaceva guardarla lavorare, così come piaceva (proporzioni di scala permettendo), al poeta Ted Hughes guardare la poetessa-moglie Sylvia Plath fabbricare tappeti di treccia audacemente colorati, per poi scrivere, ricordandola: …avevi bisogno di quel lavoro. Abusata dai fulmini/ avevi bisogno di una terra. Forse. Oppure bisogno/ di estrarre qualcosa da dentro di te…

Laura faceva qualche paesaggio, qualche natura morta ma, soprattutto nelle prime opere, ritratti di Marco, di Zeno, di me. E un autoritratto, una silhouette di denim davanti alla quale lievitavano gli oggetti che lei chiamava “i simboli della mia vita”.

Nel 1975 Marco andò soldato a Casale Monferrato e la mamma mise tutta la malinconia della lontananza nel grande quadro del figlio in uniforme, militare solitario al centro d’uno di quei radi boschi autunnali che bordeggiano le rive del Po.

Anche le amiche desideravano ritratti dei figli e portavano all’artista, con le fotografie, indumenti che essi avevano indossato, jeans, camicie, maglioncini e magliette, come per un cerimoniale magico, apotropaico. Le committenti si dicevano molto soddisfatte dei risultati e giuravano che le raffigurazioni dei loro cari erano non solo somigliantissime, ma contenevano un quid introvabile nelle immagini fotografiche che le avevano ispirate.

Quando scoppiò la bomba a Brescia, Laura volle che l’accompagnassi sul luogo, e fermò l’attentato nella metafora d’una piazza coperta di fiori, su uno sfondo rosso sangue.

Che evocasse il mondo degli affetti e delle emozioni, o ritraesse in nature morte gli oggetti della sua cucina e l’atmosfera delle faccende quotidiane, i quadri erano sempre momenti fissati, tra realtà e sogno, come in una cartolina illustrata o in un’istantanea e, talvolta, come in un fumetto. Spesso nella composizione c’era un particolare in cui il tessuto era modellato a trompe-l’oeil. Poteva essere la blusa o il paio di jeans che, utilizzato nella sua forma originaria, serviva a significare solo ciò che era, a vestire persone con i loro abiti veri; altre volte la stoffa era impiegata per riprodurre con rilievo più che reale un paio d’occhiali o la corteccia d’un albero.

L’uso singolarmente originale del collage si distaccava qui dalla lunga tradizione dell’objet trouvé, del frammento di realtà materiale inserito, in funzione evocativa, o estraniante, o provocatoria, nello spazio del quadro. Il tessuto era impiegato in modo deliberato e totale come colore, materia e forma, sia per rappresentare – anche in tre dimensioni – personaggi e oggetti minuziosamente figurativi, sia per immergere figure e cose in una quieta (e inquietante) atmosfera di quotidianità.

Non appena furono pronti una ventina di quadri, Laura mi chiese di aiutarla cercare uno spazio a Milano per una piccola mostra. Lo trovai abbastanza presto: era una vera galleria, in via Cardinal Federico, dietro la Biblioteca Ambrosiana. Si chiamava Le Métier d’Art, nome che si rifaceva ad un’analoga iniziativa parigina in rue du Bac, riservata all’esposizione di lavori “d’artisanat contemporain”. Perfetto. Con l’aiuto dei figli portai in macchina una selezione di lavori da far vedere alla gallerista. Laura entrò a parlare, noi restammo posteggiati in trepida attesa nella vicina Piazza San Sepolcro. Dopo un quarto d’ora, la vedemmo tornare come se camminasse in sogno. “Mi fa la mostra”, disse, “e gratis. Vuole esporre anche quadri più piccoli e dei disegni”.

Seguirono settimane febbrili. Anche i disegni furono concepiti come collages, con tessuti al posto di pochi accenni di colore, e andarono venduti tutti. Peccato non poterne mostrare qualcuno, ma non sono reperibili, anche perché la galleria non esiste più.

Le Métier d’Art era il posto giusto per le cose di Laura e lei lo sapeva bene. In una lettera che scrisse in quei giorni a Camilla Cederna per invitarla a visitare la sua mostra, scriveva: La proprietaria della galleria, Cristina Cristini, dice che i miei quadri sono “un superamento dell’iperrealismo e del pop”. Io più modestamente mi considero una brava artigiana e ne sono orgogliosa. Ho 46 anni, appartengo alla media borghesia ma non vorrei apparirle la solita casalinga frustrata che all’improvviso si sublima. Il mio gusto, la mia manualità, la mia fantasia, li ho sempre e ugualmente esercitati nell’ambito della mia casa per me e per i miei.

Dopo la mostra Laura, confortata dai risultati, si impegnò ulteriormente nel suo lavoro, ma cominciò presto a sentirsi molto stanca. Qualche mese più tardi andò a farsi visitare. Aveva qualcosa che, poco dopo, un’operazione rivelò essere ciò che lei non seppe mai: un cancro. Apprendemmo sgomenti dai medici che le restavano sei mesi. Fu un bene che non glielo avessimo rivelato, perché fortunatamente, grazie anche a pesanti cure, poté vivere ancora per quasi sei anni.

La malattia fu per Laura un inconsapevole stimolo ad un approfondimento del suo modo di esprimere se stessa.

Era diventata abilissima a dominare i materiali, e dai suoi collages poteva ora affiorare tutta la sua sensibilità, nei ritratti, negli oggetti d’arredamento che aveva preso a realizzare, e soprattutto nei Risvegli, i suoi ultimi quadri. Qui, come liberato dalla forma, il tessuto denim o il lino era il mezzo per ottenere sorprendenti e delicati effetti cromatici e materici, raffinati e nuovi. Il vecchio paio di jeans, con le sue mille pieghe e scoloriture, poteva trasformarsi in uno spazio astratto, servire da sfondo o da primo piano, gonfiarsi in un’imbottitura eseguita con mano esperta da tappezziere, evocare il tremolio dell’aria calda sulla fiamma del gas o il vapore sprigionato da una tazza di caffè, farsi incerta luce d’un’alba intravista, dopo il sonno tormentato, oltre i vetri d’una finestra.

Nel marzo del ’77 Lyda Levi espose a Milano, nella sua prestigiosa showroom della mondana via Durini, alcune delle ultime opere di Laura, riprese poi per esaltare lussuosi ed eleganti arredamenti di Casa Vogue.

Anni dopo, ma Laura non c’era più, il jeans, divenuto mito, tema di raffigurazione onirica, intellettuale o umoristica, cominciò ad essere oggetto di mostre, di collezioni museali. Nel ’94, a Parigi, un’esposizione dal titolo “Arte e jeans” riunì opere di una sessantina di artisti famosi, con tanto di catalogo. Testo introduttivo del sociologo Jean Baudrillard, con dotte considerazioni e allusioni a Roland Barthes e al suo Sistema della moda. Jeans come “grado zero” del vestire, come “non vestito” universale, estraneo alle mode, capo d’abbigliamento sottratto all’usura del tempo e alle oscillazioni del gusto, addirittura “immortale”. Mi rammarico di non averlo saputo: Forse uno dei risvegli di Laura ci poteva stare, dire qualcosa di sperabilmente non effimero.