Storie

Storie Brevi – Cosa so?
La trottèt

Ma questa è la Trottèt. Emilio guarda sorpreso il minuscolo ritaglio di carta scivolato fuori da una vecchia busta di suoi scarabocchi giovanili. Ma sì, questa è mademoiselle Trottèt. Somigliantissima, parlante, l’unica caricatura azzeccata, e completamente dimenticata, tra le poche che gli fosse capitato di schizzare a caso da ragazzo. Louise, bruttissima savoiarda discesa chissà quando, forse negli anni Venti del Novecento, da chissà quale villaggio allòbrogo attorno a Chambéry, per insegnare il miglior francese che si parlasse in Francia ai piccoli borghesi (per età, statura e condizione mentale), di una città della provincia italiana. Portando naturalmente da casa, da una delle tante Vandee di Francia, una fede assoluta e imperturbata, che occupava ogni passo della sua esistenza.

Emilio l’ha sempre vista così, fin dagli anni Trenta del secolo scorso, di età indefinibilmente decrepita, con un vestito marrone serrato alla gola e lungo fino alle caviglie, secondo i dettami della moda di prima della prima guerra mondiale. Sempre lo stesso in ogni stagione, con la variante invernale d’uno spolverino di stoffa e di colore uguale infilato sopra, assieme a una sciarpetta.

In testa, sui capelli raccolti (e tinti, Emilio se ne rende conto solo ora), portava un cappellino di paglia ornato da finte foglie e da un nastro in tono col vestito. Non se lo toglieva mai. Posava invece sul tavolo, sempre nello stesso punto, la borsetta, di modesta tela con i bordi ricamati, da dove estraeva con le sue grosse mani montagnose gli occhialini a pince-nez, accanto ai quali si scorgeva un libro da messa gonfio di santini e un notes chiuso da un elastico.

Perennemente abbronzata, estate e inverno, pareva a Emilio. Non abbronzata ma sporca, anzi sporchissima era invece, secondo la mamma grande igienista, che si turava le narici alle sue spalle ogni volta che entrava in casa, mentre con l’altra mano faceva il gesto di ventilare l’aria, e intanto volgeva gli occhi al cielo implorando pietà per tutti i presenti. Emilio non sentiva nessuna puzza, ma non aveva il naso fino della mamma.

Dai polsini e dal girocollo della Trottèt spuntava un bordo di pizzo biancastro, che lasciava intendere, sotto, l’esistenza di una camicetta. Anche sul colore di quel pizzo la mamma aveva una sua idea: sosteneva che era d’un bianco Isabella, il giallino pallido assunto col tempo dalla biancheria della cattolicissima regina di Castiglia e Spagna, che per motivi religiosi non si lavava mai. Chissà cosa c’è, diceva rabbrividendo, sotto quel pizzo e tra quelle sbarbendole. La mamma definiva a suo modo così, esagerando nello spregio, le abbondanti stalattiti di pelle, simili ai barbigli del gallo, che pendevano lungo il collo avvizzito della Trottèt, e che il pizzo paglierino tentava invano di celare.

Arrivava sempre puntualissima all’ora della lezione, estate e inverno, con il suo passo alpestre, le scarpe allacciate da un bottone e deformate da enormi cipolloni, incurante del solleone, del vento, della pioggia, della neve, da cui si riparava con un ombrellino marrone. Una volta sola, in tanti anni, mancò all’appuntamento per una brutta influenza. La mamma ne fu sollecitamente informata da un bigliettino, recapitato da un tizio vestito di nero, che fece untuosamente sapere di essere un sagrestano amico della savoiarda. Mademoiselle si scusava in francese, nella sua minuta calligrafia non priva di qualche sobrio svolazzo, e assicurava che l’inaudito contrattempo, Dieu aidant, con l’aiuto di Dio, non si sarebbe più ripetuto.

La mamma, spietata solamente in fatto di pulizia, preparò subito un cestino di arance e una bottiglia di brodo di pollo e mandò Emilio a sentire come stava la malata. Abitava in una stanza sotto il tetto di una casetta addossata a una chiesa (certamente quella del sagrestano), in uno dei tanti quartieri della città che appartengono in toto a conventi e istituti religiosi. Un tavolino, due sedie, un comò con sopra la statuetta di Gesù col cuore in vista e, in un angolo, una piccola cucina economica-stufa. Appesa al muro, l’oleografia di un angelo dalle grandi ali bianche in piedi su una barca che sta approdando a una riva, dove l’attende una fanciulla in preghiera.

La Trottèt era sotto le coperte, senza cappellino, e si poteva finalmente vedere la crocchia che le raccoglieva ordinatamente i capelli in cima al capo. Pregò Emilio di ringraziare la mamma della gentilezza ma subito dopo gli chiese comment dit-on en français, come si dice brodo di pollo e siccome il ragazzo non lo sapeva glielo scandì con voce roca, tossicchiando: bouillon de poulet, e glielo fece ripetere due volte.

Sopra il capezzale pendeva il crocefisso. Sul comodino, vicino a un libro nero, certo la Bibbia, un’altra statuetta, la Madonna in manto azzurro-bianco apriva le braccia accoglienti, attorno alle quali era stato sistemato, come un festone, un rosario.

Mademoiselle additò al visitatore una finestrina nella parete accanto al letto. Dava direttamente sull’altar maggiore della chiesa attigua, e le consentiva di seguire la prima messa del mattino e le preghiere serali su una delle due sedie, trasformabile in un attimo in un comodo inginocchiatoio. In questo modo posso essere sempre vicina a Dio, disse estasiata in francese, e per lei quello era il massimo comfort della casa.

La Trottèt prese una bottiglietta di sciroppo per la tosse che stava nel ripiano più in alto dentro il comodino. All’apertura dello sportello, il ragazzo percepì, stavolta chiara anche a lui, una zaffata acre, acutissima, di un tremendo odore e intravide, nel comparto sotto, nonostante fosse stato spinto verso il fondo, il manico di un pitale. Allora, in tutte le case, ma non con quella puzza, ogni comodino ne custodiva uno, per i bisogni notturni. Fu in quel momento esatto che devozione religiosa e sentore d’orina si collegarono in lui indissolubilmente.

Quando la Trottèt cominciò a impartirgli le prime nozioni della sua lingua, Emilio faceva la prima elementare. Aveva imparato quindi a leggere l’italiano a scuola e contemporaneamente il francese a casa, su un abbecedario purtroppo andato perso. Gli resta un vivido ricordo delle illustrazioni edificanti in bianco-nero: fanciulli – les petits garçons – in giacchettino, calzoni al ginocchio, scarponcini alti e cappello a larghe tese sempre in capo, colti a giocare col gatto – le chat – ma attenti alle unghie; col cane – le chien – ma attenti a non farsi strappare il fondo delle brache. La mucca – la vache – era invece condotta lungo una strada di campagna da un altro tipo di bambino, scalzo e vestito in modo rozzo e povero ma dignitoso – le petit paysan – che incrociando il fanciullo in giacchettina si toglieva il berretto – le bonnet – rispettosamente ma sorridendo, facendo capire che prendeva il suo lavoro con allegria ed era contento di stare al suo posto. E il bambino borghese ricambiava il saluto con gentilezza e cortesia protettiva, e questo significava che si devono rispettare cristianamente e paternalisticamente le classi subalterne, a patto che stiano al loro posto.

Tutti dovevano stare al loro posto – chacun à sa place. Era un concetto naturale, evidente, che le immagini fissavano una volta per tutte, e che la Trottèt indicava a Emilio col suo massiccio dito come esempi di una verità ovvia, che non esigeva spiegazione.

Era del resto lo stesso concetto ribadito, a scuola, dall’abbecedario italiano, che però aveva immagini diverse, a colori, molto moderne e seducenti: i bambini erano tutti, maschi e femmine, separatamente in divisa da balilla e piccole italiane, con un libro in mano e, dietro, levitante nell’aria, il moschetto del fascista perfetto. Anche qui ognuno doveva stare al suo posto e in ordine, in fila per tre, sempre con il braccio levato in alto nel saluto romano, che era poi il saluto di Giulio Cesare, eccolo, con la sua corazza decorata. Lo stesso saluto e la stessa faccia perentoria del Capo del Governo, mentre il Re-soldato in divisa da generalissimo, a cavallo per nascondere le gambe da nano, portava la mano alla visiera in un saluto non meno rigido, diverso ma concomitante, quello dei militari che avevano fatto eroicamente una grande guerra e si apprestavano a farne un’altra.

L’abbecedario italiano trascurava di accennare ad un altro saluto, quello del Papa, benedicente i cari bambini e tutti coloro che avevano alfine riconosciuto il suo diritto di tornare ad occuparsi delle faccende intime degli italiani, tanto desiderosi che egli se ne occupasse. In classe, dietro la cattedra, un po’ discosto dal Duce e dal Re (che tolleravano, sopra di loro, solo il crocefisso), il volto paternamente sorridente del Pontefice colmava la lacuna.

Innumerevoli volte la Trottèt aveva esortato Emilio a trarre saggi insegnamenti da Maître Corbeau e dalle altre bestie parlanti di La Fontaine (Jean de), seguite dalle favole inquietanti di Mamma Oca e di Papà Perrault, dalle Lettere del mio Mulino e dalle più celebrate pagine di Tartarin de Tarasconne, che divertivano più l’insegnante che l’allievo. Altre esortazioni a ben operare vennero dai Lavoratori del Mare del Gigante, le Géantvictorhugó, come lo chiamava mademoiselle. I lavoratori dovevano lottare soltanto con la natura e non con i padroni, e il sacrificio era la mèta estrema.

Se si inciampava per caso nella parola scioperanti, subito la Trottèt aggiungeva les exagérés, gli esagerati, tanto che Emilio ha creduto fino a una certa età che i due termini fossero sinonimi (e a scuola, del resto, gli ribadivano che lo sciopero era vietato dalla Legge).

Cresciuto, il ragazzo chiese se non poteva leggere qualche brano da uno dei libri in francese del padre. Un giorno prese Le Feu di un certo Barbusse, ma il linguaggio crudo dei soldati nelle trincee della prima guerra mondiale scandalizzarono la Trottèt, che impose subito di interrompere la lettura. Cercando un altro titolo, Emilio scelse Madame Bovary, e si andò avanti senza problemi per un po’ di pagine.

Leggete Madame Bovary!, esclamò ridendo incredulo il padre, che si informava a tavola dei progressi del figlio. Ma lo sa la Trottèt che Flaubert è stato processato ottant’anni fa per questo libro, davanti al Tribunale correzionale di Parigi, per offesa alla morale e alla religione? E’ stato assolto, ma dovrebbe essere ancora all’Indice.

La lezione successiva mademoiselle disse che aveva portato lei qualcosa di buono da leggere, e tirò dalla borsa un libretto intitolato La lutte pour la vie, scritto da uno di cui Emilio ha dimenticato il nome, e che spiegava per filo e per segno come si lotta per vivere, confidando nella Provvidenza.

Le devozione totale della Trottèt a Dio, alla Madonna e alla Chiesa di Roma, fu chiara il giorno che, morto il Papa, proclamarono da San Pietro, proprio nell’ora della lezione, il successore. La mamma venne di corsa nella stanza di Emilio e annunciò che habemus Papam. La francese si levò come ispirata e corse per prima in tinello ad ascoltare la radio. Le bastò sentire il nome di battesimo per capire chi avevano eletto: Pacelli! È Pacelli!, gridò gaudiosamente. Era il suo papa, il preferito. E subito dopo, quando il nuovo rappresentante di Dio in terra si apprestò con voce acuta alla benedizione solenne urbi et orbi, si gettò di peso in ginocchio sulle piastrelle del pavimento guardando fissa, le mani giunte, alla lucetta dell’apparecchio radiofonico.

Restò così, persa in giaculatorie, fino al termine della trasmissione. Si levò a fatica, come destata da un’estasi, e si asciugò una lacrima. Poi si scusò con la mamma: non poteva continuare la lezione, avrebbe recuperato la prossima volta, ma doveva correre alla sua chiesa, unirsi al coro festante dei devoti, ringraziare Notre-Seigneur, pregare per il bene del Papa, della cristianità, del mondo. E di Emilio e della sua famiglia naturalmente, ça va sans dire.