Storie

Storie Brevi – Speriamo che
Cal. 7,7 – 1

Difendere la città da che cosa – con quella mitragliatrice Safat-Breda calibro 7,7 piazzata in una cunetta alla Barriera di Francia, periferia di Torino, caricata con un nastro da 500 colpi e stop –, nessuno gliel’ha detto a quei tre ragazzi.

Glielo spiega uno che viene da Rivoli in bicicletta, frena e mette un piede a terra: una decina di chilometri più in là ci sono i panzer di una divisione corazzata, fermi in attesa di arrendersi agli americani, quando arriveranno, e solo a loro.

Il ciclista racconta che a Rivoli, la mattina del 25 aprile, un gruppetto di partigiani locali ha facilmente preso possesso del paese e catturato il podestà fascista. Ma poco dopo sono sbucati i carri armati e dietro i nazisti con le maschinepistole. Un paio di scariche e il sindaco è reintegrato nelle sue funzioni. E la prima cosa che fa è fucilare i pochi insorti scampati alle pallottole tedesche.

Non c’è comunque da preoccuparsi: i panzer non si muovono, sono probabilmente agli sgoccioli del carburante, si limitano ad aspettare gli americani, che se la prendono comoda.

E noi lasciamoli aspettare, dice il più anziano dei tre con la mitragliatrice.

Sono lì da un giorno e mezzo con i loro scarponi nuovi di vacchetta – le suole forse di cartone – e fiammanti uniformi cachi ancora con le pieghe di quando le hanno tirate fuori dagli scatoloni scovati nel magazzino di una caserma abbandonata. Residui di vestiario destinato al perduto fronte africano. Hanno buttato gli stracci delle loro sommarie divise partigiane e ora sembrano soldati veri, con la variante del fazzoletto azzurro annodato al collo: così vuole il comando della loro formazione, per lo più composta di militari sbandati dopo l’otto settembre e ora destinata al ‘servizio d’ordine’ cittadino.

I tre sono alloggiati in una locanda affacciata pochi metri dietro la mitragliatrice, alla fine di corso Francia, quasi aperta campagna. Il proprietario è un vecchio fascista, il comando gli ha imposto di ospitarli e di servirgli prima colazione, pranzo e cena.

Il mangiare è scarso ma non male, per quei ragazzi che hanno fatto spesso la fame in clandestinità. Guasta l’appetito la molestia dell’oste, che tra una portata e l’altra non rinuncia ad alludere alle benemerenze del regime e del suo amato capo. Evocato in stretto piemontese solo con un chiel, quello. I tre per un po’ sopportano, lasciano dire, l’oste è un vecchio rintronato. Fin che uno di loro non sbotta a imporre silenzio. Taci vecchio, rasségnati, dice, è finita, basta col passato, adesso pensiamo a rimettere le cose a posto.

Gli americani che se la prendono calma, i tre li hanno già visti arrivare in centro, prima di trasferirsi in periferia con la mitragliatrice. Si aspettavano chissà che sfoggio d’armi e d’armati, invece hanno scorto, in una delle vie dritte e ortogonali di Torino, una camionetta – hanno poi saputo che si chiama jeep –, sbucare da una traversa e venire avanti cauta, con a bordo due teste protette da enormi elmetti tondi. Sotto i quali, man mano che si avvicinavano, hanno riconosciuto due facce nere, non sporche o annerite da una battaglia che non c’era stata, ma proprio nerissime, di quelle che allora si dicevano di negri. L’apparizione è durata poco perché, all’altezza della via traversa successiva, il nero accanto al guidatore si è sporto molto in fuori col fucile puntato per guardare oltre la curva se c’era pericolo, e la camionetta, ignorando i nostri tre, ha nuovamente girato ed è scomparsa. Tutto qui, e sulle strade deserte è tornato il silenzio, rotto di quando in quando da una fucilata di qualche irriducibile cecchino fascista ancora annidato sui tetti.

I cecchini erano stati un problema, i primi giorni, e il “servizio d’ordine” era soprattutto servito rischiosamente a snidarli, quando era stato possibile, prima che scappassero.

I tre ne avevano poi incontrato altri, di americani, in un piccolo aeroporto, sempre dalle parti della Barriera di Francia, dove erano stati mandati, più che a far la guardia, a far vedere che i partigiani c’erano, e che la città era liberata.

Un americano alto biondo e ben sbarbato, pistolone al fianco, divisa molto sportiva, di ottima stoffa, stiratissima, e con quei comodi stivali che gli stringevano con le cinghiette i calzoni ai polpacci, si era avvicinato sorridendo ai tre e, parlando un italiano quasi perfetto, li aveva cortesemente salutati e fotografati. S’era fermato un po’ a parlare con loro. Aveva risalito tutta la penisola, la Sicilia e poi Napoli, Roma, Firenze, e ora Torino. Qui da voi nel nord è diverso, c’è un’aria diversa, aveva detto, qui è tutto diverso. E a loro era parso che fosse un complimento, forse.

Ma ecco comparire in cielo un piccolo aereo, che scende, atterra, si ferma a pochi metri dai tre e dall’americano. Dalla carlinga esce un pilota molto elegante con guanti, baffetti e occhiali scuri. Un altro nero, ma stavolta non troppo. Indossa un bellissimo giubbotto di pelle. Scende agile con le sue lunghe gambe. Ai piedi gli brillano scarpe perfettamente lucidate. Un ufficiale o sottufficiale, sembra, perché il biondo a terra lo saluta scattando sull’attenti, ma poi scambia con lui qualche battuta cordiale nella loro lingua come fossero amici. E anche il nero tira fuori una macchina fotografica e riprende i tre, prima da soli e poi con il commilitone che ha attraversato l’Italia.

E poi i due americani si allontanano insieme chiacchierando, soldati di un altro mondo.