Storie

Storie Brevi – Dopo tanto tempo
Prezzo fisso

E’ seduto ad uno dei tavoli apparecchiati con l’indispensabile, tovagliette di carta, posate avvolte nei tovagliolini, bicchieri da osteria. Il locale è a prezzo fisso, vecchia e immutata gestione familiare, rinomata tra buongustai squattrinati, artigiani, camionisti, famiglie che non si possono concedere più di un pranzo extra quindicinale.

Aspettando la prima portata, ha bevuto quasi un bicchiere del quarto di rosso che, appena ordinato, gli è stato subito posto davanti assieme al cestino del pane. Benché abbia accompagnato il vino con qualche boccone di focaccia, si sente già un poco inebriato.

Non è l’unico avventore in quel giorno feriale fuori stagione, nel borgo quieto, a non più di mezz’ora dalla concitazione della grande città. Appartata a un tavolo d’angolo siede una coppia. Certamente di innamorati, per come si scambiano sguardi, si sussurrano parole, si toccano le mani protese. Lei, sui trenta, è bella. Più bella perché sicuramente in amore.

Forse, quella volta, anni e anni fa, anche l’altra coppia sarà venuta a pranzare lì, dopo aver fatto, o apprestandosi a fare, dopopranzo, l’amore. E in attesa del piatto del giorno la donna, che era la sua donna, lì con un altro, si sarà lasciata andare e avrà bevuto un goccio, sentendosi inebriata come lui, ora. Felicemente esaltata della gran novità di quella storia che stava nascendo tra lei e quell’uomo. E che in quella giornata tanto lontana l’aveva portata a compiere – prudentemente, in un luogo defilato, con i bambini la mattina a scuola e, dopo, ben custoditi a casa –, un passo decisivo, proprio in quel borgo. Come lei gli aveva lealmente, e intrepidamente, annunciato.

Si appoggia alla sedia e si abbandona a rievocare l’eccitazione immaginata di lei. A tanta distanza di anni, lei ormai nel buio, pensarci non gli fa più male, nessuna fitta lancinante, ma qualcosa di diverso. Senza morbosità. Si sente invadere da una sorta di tenerezza dolorosa.

Pensa solo lei, seduta a quel tavolo. Rifiuta l’altro, lo riduce a un’ombra, al minimo non eliminabile dalla memoria. Solo lei torna radiosa, in qualche modo felice.

Gli portano la specialità tipica della casa, la stessa di sempre, l’assapora con intensità, l’avrà gustata anche lei, con un piacere uguale al suo di oggi, e ugualmente turbato solo dall’incrinatura di ciò che non era allora cancellabile per lei, e non lo è ora per lui, al di là degli anni.

Arriva la seconda portata, altrettanto saporita. Finisce il resto del vino. Per l’inabitudine al bere è quasi ebbro. Chiede un caffè e il conto.

Ma sì, se quella storia le aveva ridato un po’di gioia e speranza, riconcesso il volo per un tratto di vita, meglio così. Anche se era un pezzo d’esistenza che lui, perso in stupide illusioni e richiamato bruscamente alla realtà, ricordava atroce. Ma sì, meglio per lei. I tempi della felicità sono sempre troppo brevi.