Storie

Storie Brevi – Sono le contraddizioni
Pupa

Suonano alla porta. Vado io, dice Pupa. Raccomanda a tutti di far finta di niente e si avvia pian piano ad aprire, al posto della Tata impegnata in cucina.

Ricompare con uno e dice: questo è Oliviero.

Gli stringono la mano, i tre uomini alzandosi cordiali, le tre donne chinando sorridenti il capo mentre il nuovo arrivato ripete con puntiglio davanti a ciascuna il cerimoniale di presentazione.

E’ uno sveglio, dai riflessi rapidi, non fa una piega, pensano gli amici di Pupa.

Benché, dalla stessa prontezza con cui accoglie l’offerta del bicchiere d’aperitivo, dice cin con un gesto circolare e poi si accomoda sul divano accavallando le gambe con aria molto rilassata, si capisce che la sua sicurezza nasconde sorpresa, delusione, sconcerto. È chiaramente teso, sta adeguandosi all’imprevisto.

Sta fin troppo bene al gioco, tanto che ora sono gli altri ospiti e complici della padrona di casa a sentirsi per un momento in imbarazzo. Ma reagiscono subito.

Gentili, mi stanno aiutando a uscire da questo impaccio, pensa intanto Oliviero, che discretamente si guarda intorno, i quadri e i disegni alle pareti, la statuetta molto moderna, il mobilio di gusto. Gente abituata a tirarsi fuori in fretta dalle piccole trappole del loro bel mondo. Poche frasi rilanciate bene, un paio di battute spese nei tempi giusti, ed è una delle solite serate tra loro. Ravvivata stavolta da un bello scherzo di questa Pupa. E qui a Oliviero viene una reminiscenza scolastica: la pupa, un insetto ancora non finito, una crisalide. Associazione d’idee giusta, gli pare.

Chiacchierando in attesa della cena, tutti esaminano senza parere Oliviero, le donne specialmente. Né brutto né bello ma molto deciso, molto maschile, sui trentacinque. Alto, asciutto, muscoloso, bruno di capelli, di occhi e di pelle. Camicia bianca stiratissima con cravatta blu, scarpe lucide, calze per fortuna lunghe e scure, abito non costoso ma portato bene, con disinvoltura. Senza pullover sotto la giacca, nonostante si sia ancora a fine marzo. Dall’accento sembrerebbe del centro Italia, forse un marchigiano, e parla come uno acculturato nella media. Non è un intellettuale, ma almeno le superiori le ha fatte.

Il discorso cade presto sui problemi del traffico e parcheggio urbano. Oliviero è venuto in tram e poi a piedi, con la macchina era impossibile. Parla con competenza e parole giuste della situazione, è di fuori ma vede bene come stanno le cose. Gli chiedono se è in città da molto, e lui dice da due anni.

Compare la Tata ad annunciare che la cena è pronta.

Qui vicino a me, Oliviero, alla mia destra, ordina Pupa piazzata a capotavola.

E io mi metterò qui, dice Elena, e prende posto alla destra del nuovo ospite. Che l’aveva subito giudicata, dal primo sguardo entrando, la più bella della compagnia. E interessante, forse disponibile.

Di quale dei tre uomini sarà questa Elena? Oliviero cerca di capirlo da come i commensali si dispongono attorno al tavolo, alternandosi maschio-femmina. Quello che chiamano Gion siede accanto a Elena, quindi non dev’essere. Piero, forse, dall’altro lato del tavolo, alla sinistra di Pupa. O sarà Mario, ultimo del terzetto dei dirimpettai, chiaramente anzianotto? Seduto tra Grazia – carina – e Marisa – vecchia, sarà la madre di Pupa? –, che chiude il giro fronteggiando la padrona di casa.

Sono la moglie di lui, lo informa subito Elena indicando Piero – questa ha le antenne, pensa Oliviero –. Grazia è la compagna di Gion, e Mario e Marisa, che è la zia di Pupa, sono la coppia più noiosa, da tanto che sono sposati e felici.

Filémone e Bauci, commenta Oliviero.

Bravo, subito ovidiano prima ancora che la Tata porti i cappelletti, approva Pupa. Però loro non hanno aspettato la visita di Giove e Mercurio per fare della loro capanna un tempio.

Questi sanno tutto, pensa Oliviero, che non ricorda come finiva la favola, ma ci pensa Mario: io non voglio chiudere come quercia.

E neppure io tiglio, aggiunge Marisa, accarezzando la mano rugosa di Mario, mentre gli altri ridono.

Motteggiate, motteggiate pure, dice Pupa, ma quando avrete anche voi l’età di Mario e della zia, vi voglio vedere. Quanto a te, Oliviero, sento che hai studiato i classici. Bravo, bravo, continua così…

… E ti troverai in mutande, completa Piero.

Ridono ancora, ma Pupa vuol sapere: scommetto che hai fatto il classico.

No, lo scientifico, ad Ancona, ma sono nato a Fabriano.

Ah, il museo della carta e della filigrana! Interessantissimo, per me poi che con la carta lavoro. Io sono scenografa, spiega Pupa.

Diciamo pittrice, dai, aggiunge zia Marisa. Adottata dai teatranti.

Complimenti per i quadri, dice Oliviero. Molto bello quello scorcio urbano – è tuo o mi sbaglio?–. E anche quel disegno di Trubbiani. Mi piaceva di più così, quando faceva i bestiari e le città assediate.

Ma allora se ne intende!, esclama Pupa rivolta alla compagnia, senza nascondere lo stupore.

Beh, Trubbiani è di Macerata, io lì mi sono laureato.

Piero chiede di cosa si occupa.

Anche di quadri, dice Oliviero. Di opere d’arte rubate e falsificate. E non solo – fa una pausa –: sono un carabiniere T.P.C., nucleo Tutela del Patrimonio Culturale.

Ma no, un carabiniere! Un custode della Giustizia!

Che si occupa di cultura!

E’ uno dei nostri!

Ora sono io che vi ho sorpreso, pensa Oliviero.

In quel momento entra la Tata portando la zuppiera con i cappelletti in brodo.

Tata, lo sai che stasera abbiamo le Forze dell’Ordine in casa? Questo signore è un carabiniere, e per di più culturale, servilo per primo, teniamocelo buono.

Allora puoi stare tranquilla, siamo tutti al sicuro, prego maresciallo, dice la Tata riempiendogli attenta il piatto.

Tenente, la corregge il carabiniere.

Addirittura tenente!, esclama Pupa. Ma a questo punto, prima che cominciate a mangiare, devo – è d’uopo, come direbbe Totò – rendervi una piena e pubblica confessione: fino a mezz’ora fa non avevo mai visto Oliviero, ma solo sentito al telefono, per uno sbaglio di numero. E parlando parlando l’ho invitato qui stasera.

Aaah, esclamano in coro gli altri fingendo sorpresa, e Piero aggiunge: la solita maga Circe, l’hai accalappiato.

Spero che a fine pranzo non sarò trasformato in un maialino, dice Oliviero. Ha capito bene che è una sceneggiata, che tutti sapevano.

No, no, interviene Piero, l’eroe è furbo, non casca nella trappola del filtro magico, lui aveva bevuto l’antidoto. Signor tenente, ne prenda ancora un po’ d’antidoto, e riempie di bianco di Gavi il bicchiere di Oliviero.

Sì, dice Pupa, e poi lui ci arresta e finiamo tutti in gattabuia.

No, testimonierò che siete in buona fede.

Sei disposto a giurare il falso per noi? Te ne saremo eternamente grati.

Pausa per la degustazione dei cappelletti in brodo.

Questo non è un falso, attesta Mario – brava Tata!

All’arrivo della spigola in bianco e degli sformati di carciofi, Oliviero è già stato informato di cosa fa ognuno: Gion è musicista e compositore, Grazia insegna violoncello al Conservatorio, Mario e Marisa antiquari, Piero medico di famiglia, neurologo e professore all’università. E la vecchia Tata è di casa da quando Pupa era in fasce.

Ah, se non ci fosse la Tata!, dice zia Marisa, se non ci fosse lei: infermiera e consigliera, una seconda madre.

E ottima cuoca!, conclude Oliviero nel consenso generale.

Quanto a Elena, lavora in una casa editrice, si occupa specialmente di polizieschi. Oliviero conoscerà certo gli ultimi rassicuranti giallisti scandinavi, cosa ne pensa da esperto della realtà.

Per me le storie gialle sono una routine, me le trovo in ufficio sul tavolo ogni mattina.

Anch’io, dice Elena, però quelle che tratto io sono finte.

A proposito, chiede l’antiquario, sulla faccenda dei falsi, lei ne saprà un sacco. Chissà quanti casi interessanti.

Oliviero ha in serbo un suo repertorio – non immaginate quanti ne circolano… –, ma intanto guarda Pupa.

Il volto ancora bello, disperatamente ben curato. Il resto, un corpo informe celato alla meglio da un abito elegante sulla sedia a rotelle, la mano sinistra un poco rattrappita. Peccato.