Storie

Storie Brevi – Chissà
Una voce

Cammina spedito e sicuro sulla strada che attraversa il bosco a mezza costa, come non avesse alcun dubbio su dove stanno andando i suoi piedi e la sua vita.

I piedi lo stanno indubbiamente portando spediti e sicuri verso il termine della strada, ad uno spiazzo davanti alla chiesa, con tanto di belvedere sul mare. Là arriverà se continuerà ad averne voglia durante il tragitto di un paio di chilometri che ancora mancano alla meta. Per il momento la voglia c’è, come c’è quasi tutti i pomeriggi in cui fa questa passeggiata salutare sempre uguale, libero di scegliere se arrivare in fondo o tornare indietro prima.

A un tratto sente chiaramente il suo nome risuonare alle spalle e si volta. Ma non vede nessuno, la strada è vuota. Eppure ha udito benissimo una voce molto vicina pronunciare familiarmente il suo nome, anzi le due sillabe del suo soprannome.

Cerca con lo sguardo tra gli alberi che salgono tra i cespugli dalla parte del monte, poi allunga il collo a guardare giù verso gli altri alberi che spuntano a valle. Nessuno.

Forse la voce si nasconde dietro qualcuno dei pini mediterranei che limitano il ciglio della strada, grossi tronchi piegati dal loro stesso peso verso il basso, tanto che le radici emergono a tratti dall’asfalto in mostruosi bubboni. Rimane un po’ fermo in silenzio, in attesa che, finito lo scherzo, la voce che l’ha chiamato si riveli. Ma niente si rivela.

Allora pensa che sia stato il verso di un uccello dei boschi o, meglio, più versi combinati assieme dal caso, una cornacchia, una gazza, un merlo. Succede qualche volta che l’orecchio s’inganni e attribuisca a più suoni privi di senso umano, che interferiscano fra loro, il significato più prossimo alle aspettative.

Le persone che possono chiamarlo col suo breve soprannome confidenziale sono, in questo momento, lontane e pochissime. Sempre meno col passare degli anni. La probabilità che qualcuno di quei pochi possa celarsi tra questi alberi su questa strada in questo momento, è davvero da escludere.

Ma il fatto di essere stato ingannato da un suono, reale o immaginario, vuol dire, se non altro, che l’aspettativa di venir chiamato familiarmente da qualcuno c’è. Nessuno lo chiama più col suo soprannome da molto tempo. E gli sembra improvvisamente di aver riconosciuto nel richiamo udito la voce di suo padre.

Riprende a camminare col solito passo spedito e sicuro lungo le curve della strada.

Un tempo, quando il padre lo chiamava, sentiva sempre nella sua voce calda un tono d’affetto, di fiducia, di speranza. Come un’esortazione ad andare avanti, a procedere senza timori, protetto da una familiare eco sonora. E così è sempre andato avanti, senza dubbi, ma anche senza piani, progetti, prospettive, obiettivi di tempi, di metodi, di passi progressivi da compiere. Non si è mai soffermato a riflettere su una scelta, non ha mai scelto niente ma si è sempre lasciato scegliere. Scelte fatte da altri che lo hanno presto portato lontano dalla voce del padre. E poi quella voce si è spenta.

Ma l’abitudine a considerare una voce come unico punto di riferimento è rimasta. E il fatto di affidarvisi senza dover pensare, senza ascoltare la propria voce, l’ha portato ad una sorta di indifferenza sul destino, sul percorso della vita.

Per questo, forse, non si è mai sentito giungere al passaggio d’un valico, di carriera, di età o d’altro. È andato avanti nella vita come un viaggiatore che guarda dal treno il paesaggio, e vede passare senza interesse le stazioni e i nomi delle città perché non sono ancora la sua fermata.

Solo che lui non ha mai avuto nessun biglietto per nessuna fermata.

La carriera per lui non è esistita. – Lei non è motivato ad una carriera aziendale –, si è sentito dire una volta, ma con benevolenza, da una delle voci che hanno sempre scelto per suo conto.

Né è stato mai motivato nemmeno a una carriera d’età. – Non cresce, non matura –, avrebbe potuto dire di lui un contadino, valutandolo con l’occhio esperto di chi sa riconoscere una pianta inaffidabile.

Per la verità, fino a un certo punto, non è stato inaffidabile. Anzi. Nella prima metà della vita si è sempre appassionato molto al lavoro e ai compiti di volta in volta affidatigli. E li ha portati avanti tutto sommato bene. Né mai gli è capitato di valersi dei risultati raggiunti per ottenere vantaggi di potere, di prestigio, e men che mai di denaro.

È sempre accaduto, tuttavia, che a un certo punto, senza che se ne rendesse conto, il lavoro che lo impegnava in quel momento non lo appassionasse più. Se ne disamorava. Continuava però a dedicarvi tutto il suo tempo e le sue energie, camminando spedito e sicuro, ma sempre più a vuoto. E così, a un certo punto, la sua presenza diventava un problema.

Non rompeva le scatole a nessuno, non intralciava le carriere degli altri, era sempre disposto a collaborare. I colleghi lo consideravano un caso a sé, lo assecondavano fin che serviva ai loro fini. Per questo non ne parlavano male, per lo meno di fronte ai capi. E lui, ignaro, continuava a camminare avanti come se avesse in mente una meta ben determinata, mentre non ne aveva alcuna.

Ma quando il vuoto del suo lavoro finiva per emergere senza rimedio alla consapevolezza di tutti, ci si doveva decidere a liberarsi di lui.

Allora la voce paterna del momento lo chiamava e gli diceva con molta cordialità:

 – Qualcuno più in alto pensa che lei debba impegnarsi in altri compiti più interessanti e più adatti alle sue qualità. Purtroppo noi qui non possiamo offrirle qualcosa del genere, e dovremo rassegnarci a perderla. Auguri per il suo nuovo incarico.

Accettava senz’altro, anche perché non aveva alternativa, se non dare le dimissioni e andarsene per un’altra strada, cosa che avrebbe richiesto una scelta.

Così, spedito e sicuro, iniziava con entusiasmo ed efficienza il nuovo lavoro, che non comportava mai un avanzamento nella gerarchia aziendale, ma ogni volta un passaggio trasversale, a mezza costa.

Col trascorrere degli anni, per la verità, egli non era più tanto entusiasta ed efficiente. Stentava a capire i nuovi lavori, le nuove tecniche, le nuove mentalità. Faticava a inserirsi.

Un tempo, nei suoi passaggi trasversali, aveva sempre trovato nel nuovo lavoro la solidarietà di qualcuno dei vecchi colleghi (magari diventato nel frattempo un capo). Poi erano comparsi colleghi sempre più estranei e più giovani, più preparati e più cinici. E nuovi capi meno ben disposti. Talvolta era accaduto che gli affiancassero persone che giudicava stupide, e subito egli diventava altrettanto stupido. Meravigliati e un po’ offesi che le sue prestazioni non corrispondessero alle attese, i capi non avevano nascosto la delusione.

Quando arrivava, sempre più presto, il disamore del lavoro, egli finiva per fare un passo sbagliato – un’omissione, un’indiscrezione, un giudizio, una proposta –, che sorprendeva tutti per inesplicabilità, bizzarria e mancanza di tempismo, inaspettati in lui. Si completava così il quadro della sua inadeguatezza. Qualche collega, più attento o più furbo, si affrettava allora a confidare ai capi, che assentivano: l’ho sempre pensato, è una persona sopravalutata, inaffidabile.

Era arrivato alla fine il momento in cui aveva potuto smettere di lavorare, e qualcuno più giovane gli aveva detto: beato te, ora puoi scegliere di fare quello che vuoi. Ma il fatto di non doversi più affidare ad altri che a se stesso per le proprie scelte, di poter disporre di sé senza orari scadenze impegni, lo aveva sconcertato. Per la prima volta aveva sentito l’esigenza di pianificare il proprio tempo. Una parte del quale era bene dedicare ogni giorno ad una salutare passeggiata, obbedendo all’ultima voce paterna, il medico. Al nuovo compito quotidiano aveva preso ad applicarsi con la stessa efficienza prima dedicata agli impegni di lavoro.

E così oggi gli è accaduto, fin che sta camminando sicuro e spedito sulla strada verso il belvedere, di sentire la voce del padre, e di riflettere per la prima volta sulla propria vita.

E mentre sta riflettendo, giunge in pochi minuti alla curva dove è solito scegliere, giorno per giorno secondo la voglia, se proseguire fino alla fine della strada o tornare indietro per un subitaneo disamoramento della meta e della stupida sosta finale sul belvedere in faccia al mare.

Gira su se stesso all’improvviso e, senza interrompere il ritmo del passo, riprende a camminare spedito e sicuro nella direzione opposta.