Storie

Storie Brevi – Chissà
Sì, ma

Per il titolo, Berto ha in mente qualcosa come: “Un nuovo modo di fabbricare una scatola” e il nome della ditta. O prima il nome della ditta e poi “un nuovo modo, eccetera”. Ma deve ancora sentire la direzione. Loro vorrebbero che già nel titolo si dicesse tutto, che è un processo rivoluzionario per fabbricare rapidissimamente delle scatole di alluminio, tipo tetrapak. Però tetrapak ovviamente non si può dire, sennò gli svedesi se li mangiano vivi.

Non lo farei troppo lungo, il titolo, dice il Tommasi. Tra l’altro, penso che avrete dato un nome a questa linea di produzione; come la chiamate?

Newbox system. In inglese, naturalmente.

Ma allora il titolo è questo. Dice già tutto. Poi col parlato si spiegherà il perché e il per come. E per il sonoro si potrà aprire con i rumori d’ambiente che abbiamo registrato in fabbrica. Secondo me vanno benissimo. Glieli faccio sentire.

Il Tommasi, direttore-tecnico-factotum della Videomedia, che ha girato e montato le riprese dimostrative sulla nuova macchina in funzione, infila un dischetto nel lettore e preme un pulsante. Si diffondono nel piccolo laboratorio i rumori scanditi della linea di fabbricazione delle scatole, che Berto ha già sentito tante volte dal vero, negli ultimi due mesi.

Sì, forse è una buona idea. Però poi ci vorrebbe anche un po’ di musica.

La musica dopo. All’inizio bastano i rumori, secondo me, che poi in dissolvenza si trasformano in musica.

Non si potrebbe ampliare un momentino quei rumori?

Mi sembrano già alti.

No, non mi sono spiegato. Anche i rumori dovrebbero servire a dare l’idea che stiamo parlando di un’azienda grande, che-fabbrica-la-macchina-che-fabbrica-le-scatole.

Ho capito. Allora così? Il Tommasi preme un pulsante, ruota una manopola e subito i rumori rintronano di echi, come se la macchina funzionasse dentro una cattedrale.

Ecco, così va meglio. Fin troppo. Me li fa risentire col video?

Il tecnico traffica sulla console ed ora sul monitor ricompare la nuova linea di produzione, con i bracci meccanici che afferrano, tagliano, piegano a scatti inesorabili la lamiera, la sagomano, la portano avanti, la trasformano in pochi secondi in una lucida scatola. Il sonoro dà alle immagini la dimensione, l’illusione della realtà.

Poi, propone il Tommasi, ci metterei un allegro a tempo con il ritmo della macchina, e per il finale, su tutte quelle scatole che si ammucchiano, una sparata di trombe, non una ma tante.

Berto ci pensa un momento. E’ perplesso. Non sarà un finale esagerato? Ai suoi clienti piace stare con i piedi per terra o, al massimo, volare basso. Niente enfasi e indorature. Solo cose concrete.

Va bene, allora finiamo con un assolo di tromba e stop.

Così forse è meglio. Ma bisognerà sentire come viene. Quello che conta, insiste Berto, è volare basso. Mah, a me sembra che funzioni, ma non so…, non sarà troppo…

A Berto tutto pare troppo. Al solito è incerto, e questo lo sente anche lui, ma non ci può fare niente. Prudenza, paura del cliente. Resta in silenzio a pensarci, col Tommasi che lo guarda.

Per ora, decide poi riluttante, facciamogli vedere solo le immagini montate nella sequenza giusta e sopra, provvisoriamente, quella musica ritmata, ma senza troppe sparate.

Mi raccomando, Tommasi, ci vada piano sennò mi cacciano. Aspetto una sua telefonata.

D’accordo, fra un paio di giorni. E si fidi.

Berto si avvia all’uscita, ma sulla porta si scontra con una coppia che sta entrando.

Qualche secondo per riconoscere i due gemelli, fratello e sorella, e per stupirsi di vederli lì. Si conoscono dai banchi del ginnasio, là nella loro piccola città. Il bel viso di lei appena velato dal tempo, meno quello di lui; tutto sommato anni benissimo traghettati da entrambi.

Cosa ci fai qui, dice ugualmente stupito il fratello, e nota le rughe profonde sulla faccia di Berto.

E cosa ci fate voi, sempre assieme come una volta.

Mica tanto, dice la sorella, guardandolo con quei suoi occhi freddi. Giovanni sta ancora là, scapolo, io invece sono sposata e sono qui ormai da quindici anni.

Quindici anni! Mamma mia quanto tempo. E ci incontriamo nella metropoli tentacolare, nel seminterrato della Videomedia.

A questo punto i tre si sentono obbligati, con una punta di imbarazzo, ad un abbraccio. E’ la prima volta che si abbracciano, non sono così amici come i loro genitori.

Cosa ci fai qui, ripete il fratello.

È per un video su una nuova macchina che fabbrica scatole di allumino. Mille scatole all’ora.

Ma tu fabbrichi scatole?

No, Berto spiega che è per un’azienda meccanica. Lui fa il consulente per queste cose. E’ una macchina rivoluzionaria, un brevetto mondiale.

Vuoi venderla anche a noi?

Ecco perché non sono amici. L’hanno sempre snobbato con la loro ironia. Però anche Berto ha sbagliato ancora una volta. Voleva solo far capire che il suo lavoro è importante. Ma non vale con chi ti conosce bene.

Certo, ve la posso far avere a un prezzo speciale: tre milioni di euro invece di sei.

Berto ha recuperato in corner, e ora tutti devono fingere di ridere.

Ho sentito che tu e Federica avete divorziato, dice la sorella. (Figurarsi se non lo sapevano, queste notizie volano).

Ma voi cosa ci fate qui alla Videomedia?

Gianna ha tenuto un concerto la settimana scorsa a Salisburgo, e veniamo a sentire com’è venuta la registrazione.

Lo so che sei una pianista famosa. Mi piacerebbe ascoltarlo, ma vado di fretta. E Berto assume l’atteggiamento di chi, con rincrescimento, deve congedarsi.

Vi conoscete?, chiede intanto il Tommasi, che ha sentito le voci e viene ad accogliere la musicista e suo fratello, il regista.

Dai tempi della scuola, ma non ci vediamo da un secolo. Anzi, si corregge Berto guardando Gianna con goffa galanteria, da un minuto. Lei è proprio una grande pianista.

Arretra di un passo verso la porta. Quanto a te, Giovanni, ho visto La grancassa, è bellissimo, divertentissimo. Lui, spiega Berto al Tommasi tornando avanti di un passo, è riuscito a fare con mezzi minimali un film originalissimo, che parte da una grancassa per raccontare una storia che tira in ballo tutto, società, politica… Ma lei l’avrà visto.

No, il Tommasi si rincresce, non l’ha visto ma ne ha sentito dire un gran bene.

Ecco, vedi, la critica entusiasta, ma il film si è visto solo nei cineclub. Stai preparando qualcos’altro? Di nuovo un passo verso la porta.

Giovanni, che mentre parlavano di lui si è moderatamente schermito, dice che ha un progetto già pronto, ma che il problema è trovare i soldi. Dovrà vendersi un’altra vigna per produrselo da solo, come il primo.

Auguri e complimenti a tutti e due. Mi ha fatto piacere incontrarvi, ma devo proprio scappare.

Se càpiti dalle nostre parti, telefonami, sono sull’elenco.

Vediamoci senz’altro, dice Berto congedandosi, E lei, Tommasi, voli basso, mi raccomando.

Nel cortile c’è una finestra che dà aria e luce ai locali della Videomedia. E’aperta, e andandosene Berto sente il Tommasi che dice ai gemelli: simpatico il vostro amico.

È simpatico sì, ma…

È la voce di Gianna. Berto non coglie il seguito, forse perché i tre si sono spostati in un’altra stanza, o forse perché lui non è riuscito, o non ha voluto, fermarsi in tempo per ascoltare.

“Sì, ma”. Simpatico, ma con riserva. Come a scuola, quando i professori dicevano ai suoi genitori: sì, è bravino, ma non si impegna, è sempre svagato, potrebbe fare molto di più.

Può darsi però che i professori mentissero con quel consolatorio ”bravino”, per poter aggiungere il resto negativo del giudizio, senza ferire troppo i genitori. Forse non era nemmeno bravino.

Simpatico è già qualcosa, Un “simpatico” non si può negare a nessuno che non sia troppo antipatico. Simpatico ma, in sostanza, deludente.

Ma forse non c’è stata in lui nessuna potenzialità non ancora in atto, di cui restare delusi. Forse non c’è stato niente di cui deludersi. Niente che si potesse attuare.

O, magari, la Gianna, con quel suo sguardo freddo, non si riferiva alle sue potenzialità, per lei evidentemente inesistenti, ma a qualcosa di peggio. Non tanto a lui come persona che non riesce a integrarsi nella vita sociale con specifiche funzioni, ma come essere umano scarso di qualità morali, a lui come nullità, fallimento vivente.

Berto, per esempio, sa che la madre vedova, lontana e sola nella loro piccola città, si lamenta con tutti di lui. Che non le dà assistenza. Che le telefona sì e no una volta alla settimana. Nessuno sa che lui ha lasciato alla madre anche la sua parte di eredità. Di cui avrebbe un gran bisogno, visto che stenta a farcela e si affanna col lavoro. Ma lui preferisce che tutti lo pensino egoista ma benestante.

Forse la Gianna si riferiva a quella cosa lì con quel “sì, ma”, la particella verbale di falsa accondiscendenza subito negata dalla congiuntiva avversativa. O a chissà quale altro aspetto negativo della sua vita, del suo maledetto carattere. Che lo ha, tra l’altro, portato al fallimento con Federica.

Berto, per riflettere, si è fermato in un bar e ha ordinato un caffè. Non lo fa mai, non gli piace il caffè. Non gli piace riflettere.