Storie

Storie Brevi – Un bellissimo giallo
Un Pollock su tavola

Cos’è che mi vuoi mostrare a quest’ora?, chiede la Dellepiane al Musso che le fa strada. Al telefono mi sembravi agitato come se avessi scoperto un capolavoro sotto una crosta.

Qualcosa del genere, ma ancora più emozionante. E problematico, dice il Musso girando rumorosamente tre chiavi nelle serrature che gli proteggono il laboratorio. Preme l’interruttore e un cono di luce illumina un gran tavolo. Sopra, giacciono gli oggetti del problema, protetti o nascosti da due teli bianchi.

Qualcosa che non mi spiego, aggiunge il Musso accendendo anche una lampada a lente e orientandola su uno dei due sudari. E con gesto da colpo di scena scopre una sottile tavola di legno spezzata in due da una fenditura che l’attraversa per il lungo.

Ma è un Pollock, Giovanni, un piccolo Pollock. E mi hai chiamato alle undici di sera per questo?

Ti ho chiamato perché tu ti intendi più di me dei contemporanei. Anche a te sembra un Pollock?

Direi di sì, ma lasciamelo guardare meglio.

La Dellepiane si china sul dipinto. L’osserva in silenzio, con occhio professionale. A prima vista mi pare proprio un Pollock, conferma dopo un po’. E del momento migliore, direi. Piccolo, però. Di solito lavorava su tele più grandi, almeno nel periodo al quale penso io, tra il ’48 e il ’50. Le cose piccole le faceva su carta. Non sapevo che avesse fatto del dripping anche su tavola. Senza inclusioni di sabbia, frantumi di vetro, pezzi di legno e altro. E questo potrebbe servire a datare meglio il lavoro. Le sgocciolature sembrano senz’altro di mano sua. Guarda quest’ocra gialla, e quel nero, guarda i ghirigori del bianco, come vanno avanti sicuri. La gestualità è la sua, mi pare. Non vedo le incertezze e i pasticci degli imitatori, che credono sia facile fare un Pollock. Tranne in questo punto, forse. Qui la mano non ha padroneggiato il gesto. Qui prevale il caso.

La Dellepiane si china ancora a osservare attraverso la lente.

Non c’è l’imprimitura, ma per lui era normale. Non c’è nemmeno una campitura di base, e questo è insolito. Oltre il groviglio dei segni si vede il legno nudo. Peccato che la tavola sia rotta in due. Ma si aggiusta facilmente, mi sembra. I bordi della fenditura sono netti. Non manca niente, neanche una scheggia. Il legno è un po’ tarlato, però. Qui è proprio aggredito. E guardando meglio vedo che da almeno due lati ne è stato segato un pezzo. Guarda, le sgocciolature sono interrotte. Ecco perché è così piccolo. Non sarà questo, il tuo problema?

Una parte del problema, Clara, anzi uno dei problemi, non il più importante. Se sia o no un Pollock, ti dirò che per il momento è la cosa che mi interessa meno.

E allora cos’è che vuoi sapere da me? Giovanni, a quest’ora di notte non farmi la tua enigmistica. O non sarà un altro pretesto per…

No, nessun pretesto, Clara. Sai dove ho trovato questa tavola?

E il Musso, con gesto ancora più teatrale, solleva l’altro sudario e scopre una piccola tela stesa, staccata dal telaio.

E questa che cos’è?

La Dellepiane si dimentica subito del Pollock e osserva stupefatta la nuova immagine.

Un angelo, un angelo rinascimentale! Ma è bellissimo! Da dove viene questa…Conservatissima, anche, a parte la punta dell’ala un po’ sollevata. Ma da dove viene, e cosa c’entra questa meraviglia col Pollock?

Questo è il problema, Clara. Quest’angelo era in un fagotto, in una soffitta di Vico degli Adorno. Soffitta sgombrata anni fa per dei lavori di ripristino del tetto. Ma nessuno aveva guardato dietro i mattoni tirati su per chiudere la nicchia di una finestra, murata chissà quando. Però non avevano finito la parete, non si sa perché, e la nicchia era rimasta mezza aperta. Un’intercapedine ancora accessibile, in cui più tardi il fagotto è stato infilato da qualcuno, o ci è scivolato dentro, vallo a sapere, magari mentre sistemavano contro il muro delle tele, dei cartoni. Cose, tra l’altro, recuperate a suo tempo. Anche un disegno del Cambiaso. A nessuno era mai venuto in mente di controllare se nell’intercapedine c’era qualcosa. Così il fagotto deve essere rimasto lì per anni, anzi, per secoli, direi. Fino a quando, la settimana scorsa, hanno cominciato i lavori di ristrutturazione della soffitta per farne un appartamentino. Un muratore ha guardato dentro, ha tirato fuori il fagotto e ha sentito che non erano solo stracci.

E il Pollock era lì con l’angelo?

Qui sta il punto. Sai dov’era il Pollock?

E il Musso guarda la Dellepiane con l’aria da detective dell’arte.

Già, dov’era il Pollock? Lei è troppo incuriosita, non si rende conto di seguirlo sulla stessa strada.

Quando il padrone di casa – lo conosci anche tu, è il fratello della Caterina – mi ha portato la tela e mi ha detto: guarda cosa ho trovato in soffitta, ho visto solo l’angelo, e mi è sembrato subito un pezzo importante. Era senza cornice, e stranamente non mostrava sui bordi il segno di averne mai avuta una. Ho controllato subito se dietro ci fossero firme o iscrizioni, e mi aspettavo di vedere il retro della tela. Sul verso, invece, ho visto solo una tavola di legno, questa tavola di legno, di pioppo certamente italiano, fessurata e tarlata, inserita dentro il telaio, naturalmente voltata dalla parte non dipinta. In un primo momento sono rimasto confuso. Poi ho capito che era una controfondatura.

Ma non dirmi. E’ un sistema di protezione della tela che usavano… La Dellepiane fa un gesto con la mano: ai tempi dei tempi.

Appunto, roba da Medioevo. Allora ho schiodato la tela, ho tirato fuori la tavola, che per fortuna era stata solo appoggiata e non incollata al tessuto, e mi è apparso il Pollock. La tela, secondo me, se si esclude la punta dell’ala, è perfetta. Non si vedono tracce lasciate dalla fenditura del legno che stava sotto, e nemmeno tarli.

Il Musso punta la lampada a lente sull’angelo e accende la luce di Wood. Guarda, non c’è segno visibile di ridipinture. Aspetto le foto all’ultravioletto, ma credo che confermeranno quello che stiamo vedendo. Naturalmente, dovrò fare la solita trafila dei controlli: infrarossi, riflettografia, radiografie. Ho già prenotato con quelli di Pisa. Aspetto a fare qualche rilievo stratografico, sperando che non servano analisi distruttive. A meno che non le voglia chi si occuperà dell’attribuzione, datazione eccetera.

Scusa, ma a questo punto devo tornare al Pollock, chiamiamolo così, dice la Dellepiane. Se lo hanno messo come controfondatura, dietro una tela che sembra del Cinquecento o addirittura di fine Quattrocento, è evidente che qualcuno aveva già trovato il quadro almeno cinquanta, sessant’anni fa e ci aveva aggiunto la tavola per rinforzo. O per nasconderla, senza pensare che valeva ben di più la tela che la tavola.

No, questo è il bello. La tavola è stata inserita nel telaio contemporaneamente alla tela.

Come fai a dirlo? Andiamo nella fantascienza!

E’ semplice. Guarda.

Il Musso gira la lampada su un tavolo vicino e illumina un vecchio telaio di legno, vuoto.

Osserva i fori dei chiodi. C’è una sola fila di buchi. Se la tavola fosse stata inserita dietro la tela in un secondo tempo, diciamo mezzo secolo fa, avrebbe fatto spessore, nonostante sia molto sottile. Il tessuto, avendo perso elasticità, non avrebbe potuto essere tirato per far coincidere i vecchi buchi della tela con quelli del telaio. Ci dovrebbe essere una seconda linea di forature, o nei legni o sulla tela o in tutte e due.

Hai ragione, ci voleva un’altra inchiodatura in punti diversi.

La Dellepiane torna all’altro tavolo e controlla i segni lasciati dai chiodi sulla tela. Eh già, anche qui ci sono solo i buchi originali, è stata inchiodata una sola volta. Ma com’è possibile?

Non lo so. Ho pensato anche che qualcuno avesse trasferito il dipinto su un telaio nuovo, infilando i chiodi esattamente nei vecchi fori della tela. Ma l’intelaiatura non è nuova, è vecchissima. Guarda com’è tarlata, e i legni si sono scuriti di più nella parte non protetta dalla tela, e seguono esattamente il profilo dei bordi. Il segno è chiaro, corrisponde perfettamente. E poi i chiodi. Il Musso prende un barattolo e pesca una manciata di mozziconi di ferro contorti e arrugginiti. Tirandoli fuori dal legno si sono quasi tutti spezzati. Qualche punta è rimasta nei buchi. Non c’è dubbio, sono proprio chiodi antichi, battuti uno per uno. Guarda come si sfaldano. Non so come avrebbero fatto a inchiodarli su un telaio nuovo.

E chi si sarebbe dato tanto da fare, poi, per un Pollock, che sessant’anni fa era uno sconosciuto, valeva pochissimo, niente, almeno qui da noi, prima della Biennale del ’50, e della personale al museo Correr, che mi pare sia dello stesso anno. E allora?

Allora non so.

Bene, abbiamo fatto mezzanotte. Giovanni, me ne vado a dormire. Pensaci su.

Pensaci anche tu.

La Dellepiane si avvia alla porta, il Musso ricopre tela e tavola, spegne le luci, chiude tutte le serrature.

Ciao, ti telefono, dice lei.

Ciao Clara, dice lui avvicinandosi a lei. Sporge il viso per baciarla. Lei gli offre la guancia. Lui la bacia cercando di avvicinare più che può la sua bocca a quella di lei.

No, Giovanni, lascia stare.

Giovanni lascia stare.

Sono passati due giorni quando la Dellepiane telefona al Musso per chiedergli se ha risolto l’enigma.

Risolto un bel niente. Ha riflettuto, piuttosto, il Musso. Congetturato, costruito qualche ipotesi. Fantasticato, più che altro. Non sul Pollock, ma sull’angelo, trascurato in un primo momento per inseguire il mistero deviante della tavola sgocciolata.

Già, l’angelo stupendo. Anche la Dellepiane non è riuscita a toglierselo dalla mente. A prima vista sembrava proprio autentico. E se invece era un falso recente, perché infilarci dietro quella tavola “moderna”, che svelava subito il trucco?

Giovanni, se ti telefono è anche perché stanotte mi sono svegliata e mi sono messa a fantasticare io stessa su quell’angelo, e sulla tavola sgocciolata. Non sognavo, ero proprio sveglia, sai, una di quelle rêverie che ti vengono mentre ti rigiri nel letto. E sai chi ho immaginato come pittore dell’angelo?

Non, per caso, Pollock?

Ma va là, no, sai chi? Leonardo! Ho pensato a Leonardo, con tanto di berretto da pittore, quando stava a bottega dal Verrocchio. Me lo sono visto che cominciava a dipingere un occhio dell’angelo, ma gli veniva uno sgorbio. Allora si spazientiva, prendeva una ciotola di colore e la versava sulla tela. E ne veniva fuori, appunto, un Pollock. Allora ho immaginato che arrivava il Verrocchio, si metteva a imprecare, prendeva Leonardo a scappellotti e gli faceva volare via il berretto. E sono scoppiata ridere.

Non stavi sognando, ma l’associazione occhio-Verrocchio ti è venuta ugualmente.

Ah già, occhio-Verrocchio! Non ci avevo pensato. Però, riflettendoci, l’ipotesi Leonardo non è poi tanto fantastica, non ti pare?

Clara, ti confesserò che anch’io non ho resistito a non pensare a Leonardo. Proprio a quando stava dal Verrocchio, perché l’epoca è quella. Però non era più un allievo ragazzino da prendere a scappellotti. Se è vero che c’è stato per otto anni, a partire dal 1472, e che era nato nel ’52, ne avrà avuto da venti a ventotto. Quando ha dipinto il famoso angelo nel Battesimo di Cristo del Verrocchio, Leonardo sarà stato già sui venticinque.

Certo, ma io fantasticavo. Il tuo angelo, comunque, non è una copia di quello del Battesimo.

No, è tutto diverso. Intanto è a mezzo busto, mostra il lato sinistro della faccia e guarda avanti, verso chi guarda. E ha le ali. Ma l’impianto, il segno, lo stile è identico.

Hai ragione, Giovanni, anche i colori mi sembrano uguali, l’incarnato, i riccioli, il verde del mantello. E l’espressione. Senti, continua la Dellepiane dopo una pausa, sto finendo un lavoro. Passo da te più tardi?

Dio, come mi guarda. Mi sento scavare dentro, dice la Dellepiane. Sono le nove di sera, hanno mangiato qualcosa nella trattoria più vicina, e ora sono lì, davanti alla piccola tela, trenta centimetri per trentacinque circa, appesa con due pinze a un pannello e illuminata da un faretto.

Dal nero del fondo emergono il busto, una spalla, il mantello gettato sull’altra, senza ornamenti, un tratto d’ala, la testa aureolata e riccioluta, e quello sguardo di traverso, intenso, misterioso eppure limpido, senza peccato.

L’ho ripulito appena con un po’ di gel, aveva solo un velo di polvere, dice sottovoce il Musso. E’ perfetto, nessun ritocco, almeno a quanto ho visto finora. La crettatura sembra quella della pellicola pittorica originale, che si è un po’ sollevata qui sul bordo, dove c’è la punta dell’ala. Probabilmente è il lato su cui poggiava a terra il fagotto, c’era dell’umidità, ma si rimedia facilmente. O forse lascio tutto così, non tocco niente, al massimo consolido un po’. Sarebbe stato interessante esaminare anche gli stracci del fagotto, ma li hanno buttati. Una sciocchezza.

Ti dirò anch’io una sciocchezza, Giovanni. Non ti sembra che il ragazzo che è servito da modello per quest’angelo sia lo stesso del Battesimo?

Hai ragione, gli somiglia moltissimo. Si assomigliavano tutti, però, almeno nei quadri, con quei riccioli biondi.

Già, i riccioli biondi fanno sempre somiglianza.

Ma quello che conta, secondo me, non è tanto la somiglianza, Clara. E’ com’è fatto, guarda la linea del mento e del collo, la postura, la dolcezza, l’eleganza.

E il fascino dello sguardo. Chi l’ha dipinto aveva già capito tutto sull’espressione dei moti dell’animo. Come diceva… Chi lo diceva? Ma tu mi parlavi al telefono di congetture, di ipotesi.

Più che ipotesi sono fantasie, ti confesso.

Be’, se penso a cos’hanno inventato sul Codice da Vinci.

Comunque: immagina un giovane Leonardo che si è dimostrato capace di fare gli angeli in modo eccellente. La voce corre e qualche committente si fa avanti a chiedere una piccola copia. Naturalmente a prezzi scontati, visto che il pittore è solo un allievo, anche se ha già al suo attivo cose pregevoli. Leonardo non è ancora troppo distratto dalle sue mille curiosità, non è ancora roso dalla disperazione del perfezionismo, e si accinge all’opera. Non rifà l’angelo del Battesimo verrocchiano, ma una piccola mezza figura, sempre di profilo, che però “ci guarda”, come non ha ancora tentato, sino a questo momento.

Un angelo che nessuno cita, se mi ricordo bene, né il Billi, né l’Albertini. E non parliamo del Vasari.

Chissà perché lo ha dipinto su tela e non su tavola, viste le dimensioni ridotte. Forse aveva recuperato in bottega un ritaglio di tela già pronta con l’imprimitura, avanzata da un altro lavoro . O forse il committente voleva un angelo proprio su tela. Non c’è dietro il paesaggio, come nel Battesimo. Chissà se il fondo scuro è di Leonardo o l’ha aggiunto qualcun altro.

Si aiutavano tutti, gli allievi del Verrocchio, potrebbe essere Botticelli, il Perugino, il Ghirlandaio, Lorenzo di Credi.

Dato che c’era solo da stendere una campitura (controllerò con le radiografie), potrebbero aver dato l’incarico a un allievo più giovane. Chissà, tutto è possibile. Forse non stiamo solo inventando.

Resta ancora il mistero del Pollock.

Si girano a osservare la tavola in due pezzi. Il Musso la ricompone e l’appoggia al muro. La osservano silenziosi, perplessi.

Sai, Giovanni, dice la Dellepiane, che mi viene in mente lo schizzo della Sant’Anna al British Museum. Quei segni che circondano il corpo hanno la dinamicità, il ritmo…Se li isoli e li ingrandisci, diventano un Pollock.

Gli abbozzi sono sempre espressionistici, Clara. Ce n’è un’infinità di schizzi del passato che anticipano l’improvvisazione moderna. C’è addirittura chi ha visto del drippingin non so quale particolare della Madonna delle ombre del Beato Angelico…Pollock ha avuto il merito (qualcuno dice la colpa, ma deve dividerla con tanti), di aver saltato il fosso.

Credo di sapere che colori sono stati impiegati in questa tavola, continua il Musso: terra gialla di Verona, nerofumo, bianco di calce. Colori che Pollock non mi pare abbia mai usato. Lui lavorava con i duco da imbianchino, i nitro da carrozziere, i barattoli di smalto. Il giallo si è conservato benissimo, e anche il bianco è appena annerito, segno che la tavola era al riparo dalla luce e anche dall’aria.

Giovanni, e se la soluzione fosse nella mia fantasia? Ma sì, pensa a un incidente di bottega. Ai recipienti dei colori appena preparati. Qualcuno (forse un allievo ragazzino, che farà poca strada), ne rovescia uno per caso. E’pieno di ocra gialla. Nell’agitazione per recuperarla, il giovane goffo aggiunge un altro danno: urta una tavola di pioppo appoggiata lì accanto e la fa cadere sul pavimento. E un po’ di giallo ci sgocciola sopra.

Come fantasia non è male.

Lasciami andare avanti. La tavola è rimessa a posto, il colore giallo si secca. A un certo punto, magari qualche giorno dopo, Leonardo la nota, osserva la sgocciolatura, s’incuriosisce. Sai che anche nel Trattato parla delle macchie sui muri e delle venature dei marmi, delle illusioni di vedervi delle forme. E’ stato il primo ad accorgersene, a parlarne. Dice che nelle “cose confuse”, mi pare proprio che abbia scritto così, si possono trovare spunti per nuove idee. Ma stavolta non pensa a figure, è attratto proprio dai ghirigori formati dal colore. Appoggia la tavola sul banco di lavoro o sul pavimento, intinge un pennello in una ciotola di terra gialla e si diverte a farla nuovamente sgocciolare, seguendo i segni già depositati sul legno. Potrebbe essere partito da qui, guarda, da questa prima macchia casuale dell’ocra, e poi è proseguito (la Dellepiane segue col dito il percorso serpeggiante del colore), vedi che è un giallo di tonalità leggermente diversa da quella lì nell’angolo. Segno che ha attinto da un’altra ciotola. Poi fa lo stesso con del nerofumo e infine sgocciola su tutto un po’ di bianco di calce, che è il terzo colore, sovrapposto agli altri. Una volta tanto Leonardo non pensa alla forma, forse ha un momento libertario di inconscia rivolta contro il Verrocchio, contro la sua insistenza ossessiva sulla ricerca della razionalità, della precisione, sul concetto di arte come scienza. Si abbandona al movimento, al gesto della propria mano. Però non va a caso, vedi come cerca comunque di raggiungere una unità pittorica su tutta la superficie.

Proprio come Pollock. E, se vogliamo, come nell’intreccio del fogliame, quando ha affrescato il soffitto della Sala delle Asse, al castello sforzesco.

Se vogliamo. Leonardo non aveva visto i pittogrammi su terra degli indiani Navaho, che avevano ispirato Pollock, e quindi niente riferimenti apotropaici e totemici, ma come lui finisce in questa tavoletta per far prevalere il gesto esecutivo, dionisiaco. Si lascia andare per un attimo, non vuol fare un quadro, non sa di farlo, non sa che sta facendo dada, con un anticipo di cinquecento anni. Poi l’artista osserva il risultato, gli piace. Ma qui si interrompe, Il gioco è finito. I colori costano, anche se ha scelto quelli meno cari. La tavola è messa da parte, abbandonata, lasciata seccare. Direi in piano, perché non vedo scolature in verticale. E l’arte torna a essere scienza.

E poi?

A questo punto non so più cosa inventare.

Adesso proseguo io, dice il Musso. Se supponiamo che l’angelo sia stato dipinto nella bottega del Verrocchio, a Firenze, e sappiamo che il fagotto con la tela è stato trovato qui a Genova, in una casa che era stata di una delle famiglie più ricche della città…

Famiglia, tra l’altro, guelfa e religiosissima, piena di prelati e di cavalieri di Malta…

Appunto, non è difficile pensare che il quadretto, un’immagine devozionale, fosse stato commissionato proprio da un Adorno in occasione di un viaggio a Firenze per affari di mercatura. Anzi, sai cosa ti dico, potrebbe essere stato un pensierino finalmente gentile di Giuliano Adorno, quel vecchio rozzo e vizioso, pecora nera della famiglia, un tentativo per farsi perdonare dalla moglie Caterina delle sue dissolutezze e dissipazioni.

Ma sì, già che ci siamo mettiamoci anche santa Caterina Fieschi e quel porco di suo marito che poi si pente e diventa terziario francescano e benefattore.

Sì, perché no? Frugando negli archivi può darsi che si trovi qualche traccia.

Congettura interessante, dice la Dellepiane. E se il quadro doveva essere trasportato a Genova, il committente avrà raccomandato di rinforzare la tela per evitare danni durante il viaggio.

Brava. Allora il pittore (diciamo pure Leonardo, tanto fantasticare non costa niente), ha pensato alla controfondatura con la tavola sgocciolata. L’ha tagliata delle stesse dimensioni della tela, ecco, guarda qui in alto, e anche da questo lato, si vedono ancora i morsi della sega. Difatti le sgocciolature sono tutte interrotte, dovevano proseguire sui pezzi tagliati, come avevi notato. Poi la tavola è stata sistemata con la faccia scarabocchiata rivolta verso la tela, il tutto è stato inchiodato al telaio, e via.

Mi pare una soluzione fantasiosa, ma attendibile. E di congettura in congettura, potrei aggiungerne un’altra. La vuoi sentire?

Sentiamo.

Me la suggeriscono gli occhi dell’angelo. Che invece di guardare in alto, verso la grazia celeste, guarda noi, con uno sguardo terreno, troppo umano, conturbante se lo fissi a lungo. A me sembra senza peccato, ma non credo che sarebbe piaciuto a Caterina, che aveva due Papi in famiglia all’epoca del potere temporale, che si occupava sì di cose molto terrene, derelitti, malati, sifilitici, e di lì a poco avrebbe preso in mano una struttura assistenziale d’assoluta avanguardia per quei tempi come l’ospedale del Pammatone. Ci pensi, una donna! Però era una che teneva gli occhi dell’anima sempre rivolti a Dio. Mi pare di sentirla, avrà detto al marito: quest’angelo ha uno sguardo che non mi piace. E il Giuliano, già sulla via del pentimento, avrà infagottato il quadro mandandolo in soffitta.

Nella casa in contrada Lomellini, che è stata degli Adorno fino al ‘700 e poi è passata agli Spinola per via di matrimoni. Congettura altrettanto fantasiosa, ma non meno attendibile.

E adesso, cosa farai?

Con l’angelo la solita procedura. Interesserà certamente qualche studioso dei leonardeschi. Ne parlerò all’università.

E il Pollock?

Penso di incollare i due pezzi… E poi di regalarlo a te, se lo vuoi.

A me? Certo che lo vorrei! Ma si può?

Chi potrebbe avere qualcosa da dire? E’ una vecchia tavola di recupero, rotta, tarlata e scarabocchiata. Tranne noi due, nessuno sa che stava dietro l’angelo.

Il Musso fa una pausa. Ma per darla a te sarei pronto a correre ogni rischio. Certo, non potrai scriverci sopra un saggio su Leonardo che anticipa di mezzo millennio la distruzione dionisiaca e definitiva della forma.

Potrei metterlo in camera da letto, per guardarmelo prima di addormentarmi.

Qualche volta piacerebbe anche a me guardarlo assieme a te, prima di addormentarmi.

Ma Clara si alza, fa di no con la testa, come si riscuotesse da un sogno, va verso Giovanni, gli mette le mani sulle spalle.

No, Giovanni, no. Sto riavvicinandomi a Guido. I ragazzi non aspettano altro, Elisabetta specialmente. Guido è cambiato. Adesso accetta il mio lavoro. E tu sai che gli voglio bene. Grazie, comunque, è stata un’esperienza emozionante.

Attenta a quello che fai.

Lo sai che sono attentissima. Tienilo tu, il Pollock. O quello che è.

No. Se non lo do a te, lo sistemo e lo rimetto dietro l’angelo. Che torni da dov’è venuto.