Storie

Storie brevi – Cosa so?
Motoscafi

Emilio è molto felice perché è domenica e sta andando a casa del compagno di scuola Pietro che ha un motoscafo col motore vero. A benzina.

Lo accompagna il nonno tenendolo per mano.

Anche Emilio ha un piccolo motoscafo di latta rossa e bianca ma funziona a vapore. Sulla prua c’è scritto POP che è esattamente il rumore di quando è in marcia. Dietro c’è scritto invece patent e made in Japan che vuol dire brevettato e fatto in Giappone.

C’è una caldaietta piatta e stagna grande come una moneta da due lire con un coperchio saldato di latta sottile. Ne escono due tubetti che corrono paralleli fino alla poppa.

Si riempie la caldaia d’acqua versandola nei tubetti. Poi si incastra una candelina in una vaschetta che si infila sotto la caldaia. E lì i giapponesi hanno avuto una bella idea: hanno fatto la vaschetta a forma di sedile e sul sedile hanno dipinto anche il pilota con gli occhiali da corsa. Il pilota serve da pilota e anche da manico della vaschetta.

Si mette il motoscafo a galleggiare in un catino. Si accende la candelina e si sta ad aspettare. Dopo un po’ si vede il coperchio della caldaia che comincia a muoversi su e giù. Prima piano poi sempre più in fretta.

Ed ecco che i tubetti cominciano a sputare facendo pop-pop. E il motoscafo naviga! Naviga gorgogliando e buttando vapore nella scia come fosse fumo di scappamento. Proprio come a Venezia i motoscafi veri.

Il nonno ha spiegato a Emilio che è un fenomeno scientifico. È la forza del vapore a fare tutto. Attenzione: vapore e non fumo. Tra un pop e l’altro l’acqua è aspirata nella caldaia e si riscalda. Così il vapore è spinto fuori e il motoscafo naviga lungo i bordi del catino finché dura la candelina.

È un ciclo dice il nonno. Un ciclo semplicissimo. Ridotto al minimo ma perfetto. Fanno bene anche i giocattoli quei…quei figli del sole.

Emilio sente ammirazione ma anche rabbia in quello che dice il nonno. Che non ce l’ha coi giapponesi in genere ma coi militari che li comandano. Dice che i giapponesi sanno fare benissimo anche le navi vere. Le navi da guerra e le battaglie navali. Tempo fa ne hanno vinta una importantissima contro i russi. E ora se la prendono con la Manciuria e la Cina e poi chissà con chi altri ancora.

I giapponesi hanno due bandiere: una per le navi con il sol levante e i raggi a strisce e un’altra con un disco rosso (che è sempre il sole) sul fondo bianco. I guerrieri se la mettono sulla fronte. Il nonno dice che sembra una benda con una ferita che sanguina e che si fasciano la testa prima ancora di farsi male.

Emilio si è vantato a scuola con Pietro del suo motoscafo giapponese. Pietro è ricco e ha un’automobile americana. Ed è saltato fuori che ha anche un modello di motoscafo col motore vero. Sono rimasti d’accordo che domenica mattina Emilio andrà a vederlo portando il suo.

E la domenica è arrivata. È una bellissima giornata di aprile. Le campane suonano una alla volta lentamente e poi tutte assieme. L’aria è tiepida e le rondini volano nel cielo azzurro proprio come nel dettato in classe sulla primavera.

Emilio ha fatto i compiti e il bagno. Ha il vestito nuovo di lana misto-blu con un fiocco alla cerniera lampo della blusa e un altro sul berretto dello stesso colore. Però il berretto lo tiene in mano per far asciugare bene i capelli e non guastare la pettinatura. La mamma gli ha fatto la riga e gli ha fissato il ciuffo con una delle sue forcine. Il bambino ha protestato moltissimo e sono rimasti intesi che il nonno gli toglierà la forcina quando arriveranno al portone di Pietro.

Camminando Emilio vede le sue calze bianche scattare in avanti e il sole brillare sulla vernice nera delle scarpe. Abbastanza lunghe per un paio d’anni di crescita dice la mamma. E perché non gli ballino le ha sistemate con un po’ di cotone infilato nelle punte e con due sottopiedi ritagliati nella scatola di cartone.

Il nonno dà la destra a Emilio e con l’altra mano tiene l’ombrello da sole di seta grigia. Anche il nonno è ben lavato e sbarbato. Ha un soprabito leggero che prima di uscire è stato smacchiato e stirato. Puzza un po’ di benzina ma per fortuna nel viale c’è il profumo degli alberi che sono già fioriti.

Il motoscafo è stato avvolto dalla mamma nella carta delle ultime paste portate a casa dal papà la domenica passata. Un bel pacchetto legato con il nastrino della pasticceria. Si è discusso molto stamattina se era meglio presentarsi con il motoscafo in mano così com’è o incartato. E una volta deciso incartato (poi riportami la carta e il nastrino) si è discusso anche con il nonno a chi toccava tenerlo fino al portone di Pietro. Si è stabilito che il nonno lo avrebbe infilato nella tasca del soprabito. Nella tasca sinistra perché in quella destra c’è il Temps comperato all’edicola. Giornale moderato ma accontentiamoci dice il nonno. Per avere qualche notizia non troppo falsificata. E aggiunge: per chi sappia il francese e leggere tra le righe.

Il nonno non parla di politica con Emilio. Al quale però certe cose restano un po’ in testa per qualche frase o imprecazione che sente mentre il nonno ne discute col papà. Che se c’è il bambino gli fa segno di stare zitto. Emilio è balilla. Il suo maestro è sempre in divisa da centurione della milizia e il nonno dice che porta l’uniforme perché così si vede meno quant’è grasso. Difatti peserà cento chili.

Mentre camminano il nonno spiega al nipote le ultime novità della mattinata. Per esempio che le rondini oggi volano alte perché la pressione è alta e quindi anche i moscerini volano alti. E là bisogna raggiungerli per catturarli e nutrire i rondinotti affamati. Sempre a bocca aperta nei loro nidi. E se la pressione è alta vuol dire che ci sarà bel tempo e potranno fare le loro lunghe passeggiate sulle colline. In cerca di ammoniti del Giurassico in qualche cava di marmo abbandonata. O di piante da classificare. Orientandosi con il sole e con l’orologio da tasca Zenith regalato al nonno dai colleghi d’ufficio quando è andato in pensione (Gran Prix Paris 1900 Ancre Double Plateau 15 Rubis Balancier Compensé Spiral Breguet c’è scritto sul coperchio d’argento della cassa interna piena di medaglie).

E così chiacchierando sono arrivati alla casa di Pietro sul viale lungo il fiume. Viale e casa da ricchi dice il nonno dando il pacchetto del motoscafo al nipote e togliendogli la forcina dal ciuffo. Tornerà tra due ore a riprenderlo. Aspetterà leggendo il giornale su una panchina all’ombra degli alberi.

Emilio suona il campanello del gran portone che ha dei batacchi pesantissimi tenuti su coi denti da due teste digrignanti di leone. Una donna con la scopa apre nel portone un portoncino. Sono l’amico di Pietro venuto a vedere il suo motoscafo e ho portato anche il mio dice Emilio mostrando il pacchetto. Ma la donna non sa di cosa parla. Sono la portiera dice. Entra e sali lo scalone fino al primo piano. Emilio sale su un tappeto rosso lunghissimo che copre tutti gli scalini. Pietro abita dietro una porta massiccia verniciata a specchio con le maniglie che saranno d’oro tanto brillano. Il cognome del compagno è inciso su una targa spessa un centimetro e lucidata in una maniera incredibile. Pietro dev’essere proprio ricco.

Emilio preme il bottone d’avorio del campanello e intanto si guarda intorno. Le pareti del pianerottolo sono d’un marmo altrettanto lucido. Tutto qui riflette un’immagine di lusso. Anche la targa. Se Emilio fosse abbastanza alto da arrivare a scrutarci. Da dentro si sente arrivare qualcuno che cammina con passi leggeri leggeri.

La porta si apre e compare un’ombra con la testa circondata da un’aureola come quella dei santini. Emilio non vede la faccia perché è abbagliato da un altro pavimento di marmo che c’è dietro. Sul quale batte la luce di una finestra illuminata dal sole in fondo a una stanza grandissima.

L’ombra sta lì muta ma Emilio dice buongiorno con un bel sorriso che si era già preparato pensando che venisse ad aprirgli Pietro. Invece quest’ombra (che sarà la mamma di Pietro) chiede fredda con un accento meridionale:

Desiderate?

Adopera la seconda persona plurale come se fossero in tanti a desiderare. Emilio ci mette un po’ a capire che si sta rivolgendo solo a lui., Dice poi: Sono Emilio e sono venuto con il mio motoscafo per giocare con suo figlio Pietro e il suo motoscafo. E il bambino solleva il pacchetto con il nastrino delle paste.

Intanto si è abituato alla luce e ora vede che l’ombra è una signora vestita di nero lucido con un grembiulino candido di un tessuto trasparente come le bambine della prima comunione. Anche i polsini sono così. E idem l’aureola che adesso si scorge meglio. E’ una cresta tutta arricciata come una specie di corona sulla testa.

La signora continua a stare zitta. Allora Emilio chiede ancora di Pietro. E alza di più il pacchetto che dovrebbe spiegare tutto.

Entrate e sedete lì che mo’ avverto la signora.

La donna lo fa entrare e se ne va senza fare rumore con le sue pantofole di panno. Allora non era la mamma di Pietro ma la cameriera. Meridionale. Forse napoletana. E gli viene in mente un film con le cameriere conciate così.

Emilio si siede sull’orlo di una sedia imbottita. Non ha mai visto una stanza più lucida di questa. Ha sempre creduto che casa sua fosse lucidissima. Ma non avrebbe mai pensato che si potesse lucidare in questo modo una stanza. Fino alla più piccola scanalatura di ogni mobile e di ogni sedia e di tutto. E la quantità mai vista di piattini e sottobicchieri e vasetti e vasini e conchette e posacenere sparsi su un tavolo. Certamente sarà tutta roba d’argento. Anzi di platino tanto è il bagliore che manda. Se ci fosse il papà sempre in cerca di dove buttare la cenere delle sue sigarette senza far inquietare la mamma. Qui sarebbe a posto. Salvo poi pulire e lucidare.

Emilio non fa in tempo a contare tutti quei piattini e vasetti (è arrivato appena a trentadue), quando la napoletana ritorna e gli dice che il signorino sta ancora a letto.Lo fa accomodare in una stanza più piccola con tre poltrone e un tavolino con sopra un’altra quantità di piattini (ma allora questa la casa dei piattini) e se ne va lasciando la porta aperta.

Ha detto “signorino”. Dunque Pietro in casa lo chiamano così. Suo padre sarà il signore. E Pietro il signorino.

L’attesa dura un bel pezzo. E aspettando Emilio pensa a quando chiameranno Pietro signore.

Su un altro mobile vicino alla finestra ci sono due grandi fotografie incorniciate d’argento. In una si vede il transatlantico Rex nero e immenso come nel libro di scuola e sotto due figurine sorridenti tutte vestite di bianco e con gli occhiali da sole. Con in mezzo un bambino. Guardando meglio si riconosce Pietro. Le altre due persone saranno il suo papà e la sua mamma. Il papà sembra più vecchio della mamma e ha una gran pancia.

Che sia più vecchio lo si vede meglio nell’altra foto in divisa nera d’orbace. Qui il papà ha la testa scoperta ed è completamente pelato come il Duce. Guarda Emilio proprio come il Duce nel ritratto in classe vicino a quello del Re Imperatore. Però non ha quegli occhi neri e penetranti che sembra ti buchino. Ha due occhietti un po’ grigi con le borse sotto. Sul petto ha una fila di nastrini e il distintivo degli squadristi. Il papà di Pietro deve essere un fascista importante. Di quelli che chiamano della prima ora.

Emilio si guarda in giro cominciando ad annoiarsi. Basta con le fotografie e i piattini. Solleva l’angolo di un tappeto spesso tre dita per vedere se il pavimento sotto è lucidato (e infatti lo è) ma sente dei passi e sulla porta compare un’altra donna. Che lo spaventa un po’ perché un attimo prima lo sorprendeva col tappeto alzato.

Questa sì che è una bella signora. È lei la mamma di Pietro della fotografia. Adesso Emilio si ricorda di averla vista un paio di volte all’uscita della scuola e Pietro le dava un bacio. Ha una vestaglia rosa e anche le pantofole rosa ma col tacco. È il colore più rosa mai visto. Fuma una sigaretta col bocchino dorato.

Tu sei Emilio.

Sorride anticipando il saluto del piccolo ospite. Ha un po’ di accento napoletano anche lei.

Piero si sta preparando (ha detto Piero e non Pietro). Intanto tu vieni con me e mi racconti.

Prende Emilio per mano e vanno camminando su altri bei tappeti verso il fondo di un corridoio largo.

Che tieni lì?

Sono venuto a giocare con il motoscafo risponde Emilio. E mostra ancora il pacchetto che stringe assieme al berretto nella mano libera.

Sei venuto a giocare con il motoscafo? Si ferma a ripetere le parole del bambino chinandosi verso di lui.

Ma alle undici forse andiamo al lago. Mi sa che non avete molto tempo per giocare.

Poi fa altre domande con un’aria così gentile e così simpatica: se Emilio ha fratelli o sorelle e se è bravo a scuola e se è già andato in motoscafo sul lago. È interessatissima a sapere queste cose. E sentendo che Emilio è andato solo una volta a Venezia sul Canal Grande (e non su un motoscafo ma sul vaporetto) si ferma e si china ancora verso di lui.

Non sei mai andato in motoscafo sul lago! Devi assolutamente venire una domenica con noi.

Questa è una signora che a Emilio piace moltissimo.

Parlando attraversano un salotto con tanti di quei divani e poltrone da sdraiarci a dormire tutta la Quarta B. E poi passando per non si sa quante altre stanze e stanzette arrivano a quello che sul momento sembra a Emilio il pronto soccorso dove l’hanno portato quando è caduto dalla bicicletta. E invece è la cucina.

Eccoci in cucina dice infatti la mamma di Pietro. Questa è la nostra cuoca. Amelia questo è Emilio. Lo lascio qui ad aspettare Piero. Vado a dirgli che si spicci.

Una stanza bianca con tante credenze bianche tutte attaccate in fila. E sopra altre credenze appese ai muri. E uno strano armadio bianco bombato con sopra un coso rotondo che sembra un motore d’aeroplano. C’è anche una cucina economica. Che però non dovrebbe andare a legna come quella a casa di Emilio: ha delle manopole come nei fornelli a gas nella vetrina del negozio di casalinghi.

La cuoca sta impastando farina e uova sul marmo di un tavolo bianco da venti persone. Guarda il bambino e continuando a lavorare la pasta con le mani forti gli sorride.

Vedi? Sono dietro a fare le taliatèle.

Questa parla il dialetto di qua (non è napoletana). È tutta vestita di bianco con le maniche rimboccate su due braccia muscolose. In testa ha una cuffia a fiorellini gialli.

Vuto ’n’aranciata?

Emilio dice sì con la testa e lei va all’armadio bombato e tira con un dito infarinato la maniglia dello sportello che si apre con uno scatto. E dentro si accende magicamente una luce e si vedono bottiglie di latte e caraffe d’aranciata e cestelli di uova e ogni ben di dio. Quello non è un armadio ma una gran ghiacciaia.

La cuoca versa l’aranciata in un bicchiere e richiude lo sportello che è spesso come la cassaforte della Cassa di Risparmio.

Io una ghiacciaia così l’ho vista una volta in un film dice Emilio.

Non è una ghiaciaia ma un fricidèr. Il ghiacio lo fa lui con la corente ’lètrica.

Emilio ha detto ghiacciaia perché a casa sua ne hanno una di legno dove si infila ogni giorno una stecca freddissima di ghiaccio portata da un giovanotto in bicicletta. Il ghiaccio è coperto da un sacco così non si scioglie ma cola ugualmente goccia a goccia mentre il giovanotto lo porta di corsa dal cancello fino alla cucina e la mamma dice presto presto che si bagna tutto.

La cuoca intanto continua a parlare spiegando al bambino cosa sta facendo con la farina e le uova. Come lui fosse uno scemo. Ma Emilio girandosi intorno vede sotto una sedia in un angolo una bacinella piena d’acqua. E dentro ci galleggia il motoscafo!

Il motoscafo di Pietro! Posso guardarlo?

E senza aspettare la risposta corre a inginocchiarsi vicino e tira fuori la bacinella da sotto la sedia.

È bellissimo. Molto più grande del suo e nella bacinella ci sta appena. È perfetto in tutti i particolari come un motoscafo vero. Però non è verniciato. È fatto di lamiera zincata e si vedono tutte le saldature di stagno.

Emilio lo spinge con un dito ma non c’è posto per farlo navigare. Scarta il suo motoscafo e lo mette nell’acqua. Un nano al confronto. Spinge i due motoscafi facendo broom-broom e pop-pop. Si scontrano e girano su se stessi.

Nel motoscafo di Pietro c’è uno sportellino con i suoi cardinetti e la sua maniglietta. Emilio lo apre. Spia dentro e gli viene un tuffo al cuore. C’è proprio un motore vero. Un piccolo cilindro con le alette di raffreddamento come nelle motociclette. Sopra c’è scritto: Brown Junior e altre parole che non riesce a leggere. Ha ben due alberi di trasmissione d’ottone che finiscono fuori poppa in due eliche. Deve essere potentissimo. Una pantera in gabbia dentro questa bacinella.

Emilio lo tira fuori dall’acqua e lo rigira gocciolante tra le mani. E’ stupefatto della sua pesantezza.

No caro che dopo ne toca netàr el pavimento lo interrompe senza complimenti la cuoca togliendogli il motoscafo dalle mani e rimettendolo nell’acqua.

Sta bon e aspèta il signorino Piero. Per piacere.

E torna a lavorare le tagliatelle.

Emilio guarda i motoscafi. Il suo si è mezzo riempito d’acqua e quello di Pietro sta di traverso. Ma non osa toccarli e tiene le mani dietro la schiena. Dopo un po’ la cuoca gli domanda:

Ti piàciono le tagliatèle?

Deve essersi pentita di averlo trattato male. Mentre Emilio risponde sì con la testa senza guardarla entra in cucina una ragazza con i capelli arricciati e un golfino lilla. Sarà stata in chiesa perché tiene in mano un velo nero e il libretto da messa. Mentre li posa su una sedia domanda chi è il bambino. La cuoca glielo spiega e aggiunge che è venuto a giocare portando un altro motoscafo e che si è bagnato tutto il pavimento. Bisogna darci una passata con lo straccio. Ancora una cameriera. Dove sarà finita l’altra con la cresta?

La ragazza si toglie il golfino e prende da un ripostiglio un secchio con uno strofinaccio. Viene vicino a Emilio dove c’è bagnato e mentre si curva lo guarda sorridendo e gli strizza l’occhio. Dalla scollatura le pende una catenina d’argento con la croce e sotto si intravede il petto trattenuto dalle bretelle della sottoveste. Odora di cipria e di profumo forte come quello del barbiere.

Ora Emilio la riconosce. È lei che viene a prendere a scuola Pietro. E ogni giorno è una scena. Lui si avvicina e quando sta per darle la cartella dei quaderni la lascia cadere in terra e scappa. Lei quasi sempre riesce a prenderla al volo prima che finisca nella polvere della strada. Poi mormorando qualcosa corre ad afferrare Pietro per mano e lo strattona un po’ ridendo e un po’ sul serio. Ma Pietro si ribella e qualche volta tenta di mollarle una pedata. Vanno via verso casa con lei che lo trascina e lui che resiste con il grembiule tutto storto su una spalla.

Emilio e Pietro sono amici solo da poco. In classe c’è stato uno spostamento di banchi e loro due si sono trovati vicini. L’amicizia è nata dal fatto che sanno fare la stessa smorfia. Ma Emilio ha pensato che Pietro la faccia tanto per fare. Semplicemente imita lui che invece s’impegna tutto in una boccaccia.

La ragazza ha finito di asciugare e si mette a chiacchierare con la cuoca di cose senza interesse. Emilio si guarda intorno e vede una porta-finestra aperta su un terrazzino. Anche nella casa di fronte molte finestre sono spalancate e si può curiosare negli appartamenti. Non sono ricchi come quello di Pietro. Proprio di rimpetto un vecchio in pigiama sta trafficando con dei canarini. È caduto un bastoncino della gabbia e lui ha infilato dentro la mano e tenta di rimetterlo a posto con dei movimenti impacciati tra una grande agitazione degli uccellini. Si vede che non è pratico e lo fa perché è domenica e vuole rendersi utile in casa. Difatti dopo un po’ arriva una vecchia che lo spinge via rimproverandolo mentre lui cerca di giustificarsi.

La vecchia accomoda bene il bastoncino e versa del mangime in una vaschetta parlando coi canarini. Si muove molto lentamente e sembra che abbia tanto tempo da perdere per star dietro a quegli esserini gialli che sono subito saltati sul trespolo sistemato. Fanno dei ciip-ciip che sembrano col punto interrogativo. Come se si domandassero cosa è successo.

Emilio comincia a essere stufo di aspettare. Si appoggia alla ringhiera del terrazzino e fa qualche saltello a piedi uniti. Dal cortile viene su un rumore di catene smosse. Un cane è uscito dalla sua casetta e sta con il muso sollevato a guardarlo in silenzio. Emilio gli mostra la lingua e lui fa un’abbaiata corta che finisce in un mezzo ululato. Si stira e lancia un’altra occhiata di traverso. Poi torna con gran fracasso di catene a raggomitolarsi brontolando nella sua cuccia.

Finalmente Emilio sente la voce della cuoca: Piero varda che gh’è il tuo amico che ti sta aspetando da mesora.

Pietro viene avanti trascinando le ciabatte e quasi non saluta il compagno. È ancora in pigiama ma deve aver fatto il bagno perché ha i capelli umidi.

Amelia fammi il caffelatte.

La cuoca interrompe di tirare la sfoglia col matterello e mette il latte sul gas.

Gnente biscoti così tardi se no dopo no te magni più.

Cinque li mangio lo stesso. Ne vuoi anche tu?

No grazie dice Emilio. Ho visto il tuo motoscafo. È proprio bellissimo.

Ah sì. Il motoscafo.

E’ chiaro che si è dimenticato dell’appuntamento. Dopo un’occhiata rapida alla cuoca Emilio va verso la bacinella. Pietro lo segue e vede il motoscafo giapponese.

Che bello!

Scosta l’amico e tira fuori il giocattolo gocciolante.

La cuoca continua a lavorare ma non perde di vista i bambini: Non state a bagnare di nuovo il pavimento con quei afari.

Come funziona?

Te l’ho già spiegato a scuola dice Emilio e gli rispiega la faccenda del vapore.

Dai facciamolo andare dice Pietro.

C’è poco spazio in questa bacinella. Emilio vorrebbe dare una bella dimostrazione di come funziona bene il suo motoscafo.

Proviamo nella vasca da bagno.

Sollevano la bacinella per i manici (e il cafelate? si lamenta la cuoca) e la trasportano con grande attenzione attraverso corridoi e corridoi fino a una porta chiusa. Di là si sente l’acqua che scorre.

Pietro bussa: Giovanna! Dai fammi entrare.

Sto facendo il bagno risponde una voce seccata di ragazza più grande.

Ma noi dobbiamo far andare il motoscafo. Dai apri!

Pietro grida con un capriccio in gola e picchia col pugno sulla porta.

Prova nell’altro bagno.

E se c’è la mamma?

Nessuna risposta.

Stupida! E allora andiamo nell’altro bagno dice Pietro rabbioso. Hai sorelle tu?

Trascinando ancora la bacinella arrivano a un’altra porta chiusa. Ma è dappertutto una gran giornata di pulizie: anche qui si sente scorrere l’acqua.

Mamma ce n’hai per tanto? Pietro adesso parla lamentoso. Noi dobbiamo far andare il motoscafo di Emilio e nell’altro bagno c’è la Giovanna.

Va nel bagno di servizio.

Uffa!

Altri corridoi e finalmente c’è un bagno libero (addirittura tre bagni in una casa!). La vasca quadrata non è l’ideale ma sempre meglio della bacinella. Pietro apre il rubinetto dell’acqua fredda.

Ho sentito che ti chiamano signorino Piero dice Emilio fin che la vasca si sta riempiendo.

Pietro non risponde e gli chiede invece quanto tiene il serbatoio di quel motoscafino. Così Emilio si rende conto che il compagno non ha capito niente di come funziona ma non ha voglia di ripeterglielo.

Tu devi domandarmi solo quanto dura la candelina gli dice con una voce da lezione.

Quanto dura?

Emilio si accorge di non saperlo. Non ha mai provato a far andare il motoscafo fino a quando la fiamma si spegne.

Durerà almeno un’ora (mente).

Un’ora?

Pietro è molto colpito. Il serbatoio del suo motoscafo si vuota in un paio di minuti e anche meno. Però va velocissimo! Il motore è americano e fa un rumore fortissimo. Prima era montato su un aeroplano che è finito in pezzi durante un atterraggio. È stato il Toni ad avere l’idea di metterlo nel motoscafo.

Chi è il Toni?

Il Toni è il nostro scioffèr.

Vorrai dire chauffeur (il nonno ha insegnato a Emilio la pronuncia giusta). E continuando a fare il maestrino aggiunge: in italiano si dice autista.

Sì, lo so che si dice autista. Lo so che il maestro non vuole che usiamo parole straniere ma la mamma lo chiama scioffèr.

Ho visto la fotografia di tuo papà in divisa. Ha fatto la Marcia su Roma?

Pensa che non aveva mai chiesto il brevetto. Però finalmente l’anno scorso glielo hanno dato. Sai lui a Roma conosce tutti. Anche oggi è a Roma.

Poi Pietro torna a parlare del suo motoscafo. Dice che se non lo tieni stretto scappa dalle mani quando lo metti in moto. E bisogna fare attenzione anche alle eliche che ti possono tranciare le dita. Fila che farà i cento all’ora. Però bisogna stare molto attenti perché il motore è a scoppio: difatti può scoppiare come una bomba se non stai attento. È pericolosissimo.

E la benzina la metti qui? Emilio indica un piccolo tappo fatto esattamente come i tappi veri dei serbatoi.

Non va a benzina! Va a mi-sce-la! Che è fatta di due cose (adesso è Pietro che fa la lezione e alza due dita): alcol metilico e olio di ricino.

Olio proprio di ricino?

Certo. Vedi? Questa è la candela elettrica. Si collega con una pila e poi si mette lo spago attorno a questa ruota e si tira. Come nei motoscafi veri. Però lo facciamo andare solo sul lago. E Pietro sussurra serio all’orecchio dell’amico: qui è troppo pericoloso.

Così Emilio capisce che gli hanno proibito di far andare il motoscafo in casa. Difatti il serbatoio è vuoto. Pietro svita il tappo e fa sentire l’odore. Olio di ricino. Fa ancora nausea.

La vasca frattanto si è riempita. Emilio sta per accendere la candelina con i fiammiferi che s’è portato da casa infilandoseli in tasca di nascosto. Ma fuori della porta si sente una voce d’uomo.

Toni! C’è’ il Toni. Andiamo al lago!

Subito eccitato Pietro apre la porta del bagno. E compare un giovanotto alto e forte vestito con una divisa grigia da autista piena di tasche e coi calzoni alla cavallerizza che sembra copiata dai fumetti dell’Avventuroso. Salvo la camicia che non è bianca ma nera e la cravatta idem. All’occhiello della giacca è infilato il distintivo del Partito.

Il Toni stringe sotto il braccio un berretto con la visiera nera e lucida. Anche i capelli sono neri e lucidi di brillantina. Sorride mostrando un sacco di denti bianchi come nel manifesto del dentifricio in polvere. Ha la faccia abbronzata ma le guance rosse ricordano a Emilio l’ortolano che porta a casa sua la verdura fresca.

È il Toni che ha costruito il motoscafo dice Pietro e adesso lo portiamo a correre sul lago. Dai vieni anche tu. Il Toni prende la Marmon e c’è posto per tutti. Vero Toni?

Domandalo a la mama dice il Toni con un accento di campagna che non va tanto bene con la divisa da autista americano. Tira fuori tutti i suoi bei denti in un sorriso e accenna alla mamma di Pietro che sta arrivando nella sua vestaglia rosa. Si è dipinta la faccia ed è ancora più bella con le labbra rosso vivo.

Emilio può venire se i suoi sono d’accordo. Può telefonare a casa dice la mamma.

Non abbiamo il telefono.

Ah. Allora la cosa sta un po’ complicata.

Passiamo da casa sua mentre andiamo al lago dice Pietro.

Emilio spiega che andrebbe volentieri ma è d’accordo col nonno che lo viene a prendere e non sa come avvertirlo.

E’ in forse tra il piacere della gita al lago nell’auto americana di Pietro e la nausea che gli verrebbe certamente. Soffre moltissimo in macchina. A un certo punto dovrebbe chiedere di fermare e scenderebbe con la faccia verde a vomitare sul margine della strada con qualcuno che gli tiene la fronte. Che brutta figura. Càpita sempre così. Gli amici del papà che hanno l’auto portano in gita lui e i suoi una domenica sì e una no. E finisce sempre che Emilio vomita. E poi gli devono dare il brodo per accomodargli lo stomaco. Ma resta intontito tutto il giorno. Per fortuna la sera tornando a casa si addormenta sulle ginocchia della mamma e non patisce più. Ma gli basta il ricordo dell’odore di benzina e dei sedili per farlo star male. Meglio la scusa del nonno. Che è poi la verità.

Peccato, dice Pietro.

Ma sta già pensando a qualcos’altro. Va a tirar fuori il suo motoscafo dalla vasca e lo dà al Toni che lo asciughi. E corre a prepararsi.

Anche Emilio ripesca il suo motoscafo dalla vasca e sta un po’ ad asciugarlo. Quando esce dal bagno vede dietro la porta la mamma di Pietro in punta di piedi con le braccia alzate che ravvia i capelli del Toni. Lui le sta proprio vicino e si fa pazientemente ravviare.

Accortasi del bambino la mamma si stacca subito dal giovanotto e si stringe addosso la vestaglia.

Brr…che freddo. Corro anch’io a vestirmi o qui facciamo tardi.

E scappa sbattendo i tacchetti e un po’ scodinzolando.

Il Toni sorride e si rimette a posto la cravatta che a Emilio sembrava già a postissimo. Tanto più che nero su nero si stenta a vederla. Tira fuori un pettinino e si accomoda il ciuffo che pare anche quello già accomodato. Continuando a sorridere guarda fisso l’amico di Pietro.

Bon dice poi il Toni vado giù a scaldare la machina. Arivederci.

Emilio rifà tutto il labirinto di stanze e corridoi e torna in cucina dove la cuoca sta girando un mestolo in una pentola sul fuoco.

Vai anche tu sul lago con tuta la compagnia?

Emilio fa segno di no e la cuoca butta uno sguardo alle tagliatelle sul tavolo coperte da un tovagliolo.

Alora vorà dir che le taiadèle se le magnemo noialtri. Rèstito qua?

No grazie anche la mia mamma ha fatto le tagliatelle con i fegatini. E adesso vado giù dal nonno che mi sta aspettando e torniamo a casa.

La carta e il nastrino per impacchettare il motoscafo? La carta è finita nella pattumiera ma la cuoca la ricupera facilmente. E anche il nastrino già ben ripiegato in un cassetto.

Emilio riprende il suo berretto ed è pronto per andarsene. Sente delle voci nelle altre stanze saluta la cuoca e va a raggiungerle. C’è anche la sorella di Pietro che ha qualche anno di più e si dà delle arie. Escono tutti assieme mentre la cameriera con la cresta è improvvisamente ricomparsa e tiene aperta la porta. Scendono allegri le scale.

La Marmon blu è davanti all’ingresso col Toni pronto alle portiere. Ha le gomme bianche e nere e i fari enormi come pentole lucenti. È la più grande automobile che Emilio abbia mai visto. Dentro i sedili sono tutti rivestiti di pelle color crema. Bellissimi. Ma solo a guardarli fanno venire la nausea.

Pietro dice: arrivederci domattina a scuola. La sua mamma prende fra le mani la testa di Emilio. Aspetta che ti ravvio il ciuffo. Se io non vedo i capelli a posto non sono tranquilla.

Poi gli stringe forte le guance e gli dà un bel bacio profumato. Stando attenta a non sporcarlo di rossetto.

Partono che quasi non si sente il rumore del motore. Pietro e la mamma salutano con la mano dal finestrino.

Emilio si incammina lungo il viale con la testa ancora piena di profumo.

Adesso deve cercare il nonno. Eccolo. Poco lontano su una panchina con il Temps aperto. C’è un titolo grosso sulla prima pagina. Emilio legge compitando a fatica il francese che gli hanno insegnato in casa: Conseil Extraordinaire de la Societé des Nations. La résolution contre le réarmement de l’Allemagne. Pare qualcosa contro la Germania.

Già finita la visita?

Il nonno guarda il nipote da sopra gli occhiali. Emilio spiega che Pietro doveva andare al lago con l’auto americana e col Toni che è l’autista.

Loro lo chiamano chauffeur.

Davvero? Devono averne di soldi.

Emilio racconta tutto quello che ha visto: il motoscafo potentissimo costruito dal Toni col motore di un aeroplano e le cameriere e la cuoca e il fricidèr (il frigidaire lo corregge il nonno) e i tre bagni e la quantità di piattini e tutte quelle stanze da perdersi e l’automobile foderata di pelle crema.

Sai nonno che Pietro in casa lo chiamano signorino Piero? La sua mamma è molto simpatica. Deve essere napoletana. Ci tiene moltissimo che tutti abbiano i capelli in ordine.

Il nonno non capisce. Emilio gli spiega che non solo lui ma anche il Toni aveva il ciuffo fuori posto.

Il nonno si toglie gli occhiali e accarezza la testa del nipote. E sorride sotto i baffi.

Si vede che lo chauffeur non scalda solo l’automobile mormora quasi tra sé. Ma tu ti sei divertito?

Emilio sta un momento a pensarci.

Non lo so.

Buona risposta. Cerca di capire perché non lo sai. Sarei curioso di saperlo anch’io dice il nonno ripiegando il giornale.