Storie

Altre Storie – Storie per quattro
Cactus

Ho letto tempo fa sull’archivolto di un vecchissimo caffè letterario di Parigi, racconta il professore, che parte sempre da lontano, una frase di Rousseau che mi ha colpito: ‘il Falso è suscettibile di una infinità di combinazioni, mentre la Verità nonha che un solo modo di essere’.

Il Falso, quindi, (come il fraintendimento del Vero) dovrebbe avere molte occasioni per essere più divertente della Verità, che ha una noiosa faccia sola. Voi sapete bene, del resto, quello che dice Borges, e cioè che la soluzione di un mistero è sempre meno interessante del mistero stesso, di come una storia e il suo mistero sono stati costruiti.

Sentiamo questa storia misteriosa, dice Luigi accomodandosi meglio nella poltrona.

Il professore assaggia lentamente il suo whisky e prosegue: mia zia Elvira è una donna che sogna a occhi aperti. Sarà per questo che ha sposato un tecnico. Per assicurarsi una zavorra che la tenga ancorata a terra, mentre la sua mente vaga beata tra le nuvole. Tu devi averla conosciuta, aggiunge rivolgendosi all’ingegnere.

Vuoi dire forse che anch’io sono una zavorra?, chiede l’ingegnere. Ma guarda che anche tu sei un tecnico, come tutti i medici oggi, quindi una zavorra.

No, io sono un salvagente, caro mio, è una cosa molto diversa.

Anch’io credo di conoscerla, interviene Luigi.

Qui parliamo di tecnici, e il professore fa un gesto per escluderlo.

Comunque sia, taglia corto l’ingegnere, è esatto: l’ho incontrata un paio di volte, anni fa, e per la verità mi era sembrata un po’ distratta.

Ti ringrazio dell’eufemismo. Ha creduto fino a vent’anni che i regali li porta Babbo Natale. Quando ha saputo che non era vero ha avuto una crisi.

Ridono tutti.

Stavo dicendo che mia zia ha sposato un tecnico, prosegue il professore. Uno specialista di radar e di satelliti militari. Dei tipi più sofisticati e segreti. Lo chiamano in tutto il mondo quando c’è da installare qualcuno di quei padelloni ruotanti puntati verso il cielo in cerca di minacce invisibili.

Sta nelle nuvole anche lui, quindi, in un certo senso, commenta l’ingegnere.

Ma sempre con i piedi in terra, ti garantisco. Non c’è paese che non lo cerchi quando ai militari viene l’angoscia di essere sorpresi nel sonno dal nemico.

O quando cercano tangenti per riarredare la casa dell’amante, aggiunge l’avvocato.

Questo tecnico (che è poi mio zio acquisito), è sempre in trasferta e la zia resta sola e si abbandona senza freni ai suoi voli. Ma di tanto in tanto sente il bisogno del peso che la riporti giù.

Peso anche non metaforico, mi immagino, commenta l’avvocato.

Ridono ancora.

Una volta, il marito è lontano ormai da più di un mese, impegnato a installare le sue parabole in un paese centro-americano. Si avvicina l’anniversario del matrimonio, ma il tecnico è sempre incastrato in un lavoro complicatissimo e non può assentarsi nemmeno un giorno. E allora propone telefonicamente alla moglie: perché non mi raggiungi tu? Il viaggio sarà a spese dell’azienda.

Mia zia prende l’aereo e raggiunge il marito. Sono ospiti di un albergo turistico lussuosissimo, che si chiama Saguaro Hotel. Da un lato si vede la città calcinata dal sole, dall’altro la sierra e, all’orizzonte, il deserto vero e proprio. La zia Elvira entra ed è folgorata da uno spettacolo affascinante. L’hotel è stato costruito attorno ad un enorme cactus, che occupa il centro della hall grande come una piazza, e si eleva altissimo, tanto che hanno dovuto forare il soffitto e metterci una cupola di vetro. Lei resterebbe persa ad ammirarlo e il marito fatica a farla salire in camera.

Dove si suppone avvenga un congresso carnale, insinua l’avvocato, provocando commenti salaci.

La vita sessuale dei miei zii, se ancora c’è, esula dalla mia storia, puntualizza il professore.

Dunque: poi, e dico poi senza alludere a nessun prima (qui il professore guarda fisso l’avvocato, che alza le braccia in segno di resa), il tecnico torna al lavoro e la zia si riposa. Trova sul comodino un opuscolo che spiega in più lingue il perché e il percome della costruzione dell’hotel. Apprende che la mirabile pianta della hall è un Cereus giganteus o Carnegiea gigantea, appartente alla famiglia delle Cactacee e alla sottofamiglia delle Cereae. Nome che deriva dalla caratteristica forma del fusto colonnare, che ramifica verso l’alto come un candelabro. Impiega quarant’anni a buttare i primi fiori e un secolo e mezzo a crescere fino a quindici metri. Dunque il cactus dell’albergo ha certamente superato quell’età. I nativi lo chiamano Saguaro, ed ecco spiegato il nome dell’hotel. La cupola di vetro è stata progettata in modo da assicurare alla pianta la giusta insolazione.

Mia zia vive una vita puramente simbolica, prosegue il professore. Basta un niente per avviare nella sua mente un processo fantastico, nel quale lei si identifica in modo totale. Dal momento in cui ha visto il Cereus giganteus non le importa più niente dell’albergo, del paese, del colore locale, delle antiche vestigia. L’unica cosa che le interessa è il cactus nella hall.

Vi avrà visto un simbolo sessuale, dice sorprendentemente Gigetto, di solito molto riservato.

Non sapevo che avessimo qui il dottor Freud, commenta l’ingegnere.

No, ha parlato il signor Tartufo, lo corregge il professore. Lui predica bene ma poi è il primo che pensa male. Confermo qui in modo ufficiale che mia zia era interessata al cactus semplicemente come oggetto naturale, però anche fantastico.

Ammetti dunque…, dice l’avvocato.

Non ammetto niente. Il marito, prosegue il professore, ha preparato per la moglie un programma minuzioso di visite per tutta la settimana del suo soggiorno. Ha previsto anche un’escursione nel deserto. Lui non ha tempo di accompagnarla, e l’affida a Felipe, un autista tuttofare che conosce bene i dintorni e s’arrangia a parlare italiano.

Il primo giorno la zia non ha il coraggio di sottrarsi al programma: un museo, qualche reliquia precolombiana, una chiesa barocca. Non è che ci sia molto da vedere, ma chi non è interessato non vede neanche quello. Il giorno dopo Felipe la convince a una puntatina ai bordi della sierra, così può ammirare in natura alcuni saguari abbastanza alti e grossi. Felipe assicura che non esiste in tutta la sierra un saguaro come quello dell’albergo. E ricorda che da bambino ne ha visto uno ‘un poquito’ così. ‘Es un milagro’, continua a ripetere, è un miracolo. Per questo hanno costruito lì l’hotel. E racconta di un professore universitario di botanica che ‘cuidava’ il saguaro perché non si ammalasse, ma che a un certo punto è sparito. Era un ‘cabron comunista’ e ha sconfinato per andare a combattere con i rivoluzionari.

Non mi sento bene, torniamo all’hotel, dice la zia. Non ha più voglia di vagare in quel paese povero e desolato. Difatti il giorno dopo decide di restare in albergo. Si abbandona su un divano della hall e guarda il cactus. La pianta è al centro di un’aiuola circolare piena di sabbia, rivestita da un muretto di ceramica policroma con scene di deserto.

Lo sguardo della zia abbraccia amorosamente il saguaro. Si gode l’armonia delle nervature verticali, distribuite con esattezza geometrica, come in una colonna greca, lungo tutto il fusto poderoso. Sullo spigolo di ogni scanalatura si inseguono tante piccole aureole, a pochi centimetri l’una dall’altra. Sembrano disegnate col compasso. Da ciascuna spuntano delle lunghe spine. Le conta: ogni aureola porta sempre dodici aculei disposti a raggiera, e tre al centro. Non uno di più né uno di meno. Man mano che salgono, le spine cambiano colore, dal grigio al giallo splendente. Uno spettacolo.

Per la prima volta la zia è affascinata da un fenomeno della natura, e quindi della realtà. Non si stanca di guardare, di inseguire le ramificazioni a candelabro, dove si ripete tutta la sequenza di aureole e spine. E, al vertice, vede dei grandi fiori bianchi, carnosi, a forma di imbuto, e frutti ovoidali, color rosso vivo. Il mondo dei sogni di mia zia si è materializzato nella hall del Saguaro Hotel.

Potesse portarsi nel suo appartamento in Italia una pianta come quella! Sarebbe bello possedere gli ultimi tre piani della casa e far spuntare il cactus dal tetto, sotto una cupola di cristallo. La zia guarda gli ovuli rossi: come si riprodurrà questa meraviglia? La domanda trova subito una risposta nell’opuscolo dell’hotel: il cactus si può moltiplicare per fecondazione o per talea. Per la fecondazione ci vogliono gli insetti, ma cosa sarà la talea? Lo chiede la sera al marito, e lui le indica dei piccoli cactus che spuntano dalla sabbia attorno al gigante: quelli sono le talee. Si strappano o meglio si recidono alla base, e si mettono in un vaso pieno di sabbia. Un po’ d’acqua e il trapianto è fatto.

Ora l’attenzione della zia è concentrata su una talea di una ventina di centimetri. Ha le sue costicine, le sue brave spinettine e persino un avvio di ramificazione a candelabrino, con in cima un piccolo fiore bianco. E’ identico in miniatura al padre (o sarà la madre?). Che tenerezza. Sente come se dal cuore le partissero delle frecce d’affetto per quella creatura fatta a immagine e somiglianza.

Ha deciso: il piccolo cactus sarà suo. Non sa ancora come, ma sarà suo. Ha pensato di chiedere alla direzione dell’albergo il permesso di averlo per ricordo, ma figurarsi, le ha detto il marito, se tutti gli ospiti ne prendessero uno, addio cactus. E poi è come pretendere che ti diano per ricordo un pezzo dell’insegna. Forse Felipe potrebbe procurarle una talea nel deserto, ma lei vuole proprio quella, la figlia del gigante. No, la ruberà, decide tra sé, e se la porterà in Italia, magari nascosta in seno. O se non in seno (per via delle spine), senz’altro nella valigia.

Così la zia comincia a elaborare un piano segreto di rapimento. Si siede sul bordo dell’aiuola, vicino più che può alla piccolina, si guarda intorno con indifferenza, allunga pigramente un braccio verso la talea, riesce a toccarla con la punta delle dita. Sente che si smuove con facilità, svellerla sarà uno scherzo. Però ci vuole una borsa adatta, un paio di guanti per ripararsi dalle spine, e qualcosa per proteggere la creatura durante il viaggio. Dovrà acquistare tutto. Ma c’è tempo, la manovra va fatta l’ultimo giorno, studiando l’ora in cui la hall è deserta. Non dirà niente al marito, che è così pignolo.

Il giorno dopo va a comprare il fabbisogno. Trova in un mercatino dei guanti da lavoro, una borsa a sacco, una coperta coloratissima e un vaso di terracotta. Le viene un’idea: la sabbia del luogo, per garantire al cactus l’habitat naturale. Chiede a Felipe di accompagnarla ancora nella sierra, con la scusa di vedere il tramonto. Così riesce a raccogliere un sacchetto di sabbia, ‘per ricordo’, dice all’autista.

La sera è felice, eccitata. Il marito non la vede così da anni. Pensa (e non si sbaglia), che sia per una delle sue solite fantasie. Come quella volta che passò un mese a raccogliere sassolini bianchi quando il marito doveva andare in Amazzonia, e glieli mise nella valigia perché non si perdesse nella foresta.

Arriva la vigilia della partenza. Nell’ora della siesta scende nella hall con la borsa e i guanti infilati. Non c’è nessuno. Si siede al solito posto. Allunga il braccio. Ha calcolato bene la distanza: la mano arriva esattamente a impugnare la preda. Il sangue le pulsa, la bocca dello stomaco si contrae per l’emozione. Zac! Un attimo e la talea è nella borsa.

Con finta aria annoiata e il cuore in tumulto, la zia si rifugia in camera. Eccolo qui il suo agognato, piccolo cactus! Se lo ammira, se lo accarezza. Avete presente il collezionista maniaco che ha rubato l’oggetto del desiderio? Uguale.

Sa già come imballarlo. Lo fascia nella carta igienica umida con delicatezza, come un neonato, lo infila nel vaso di terracotta, dove ha già versato la sabbia, avvolge il vaso in un sacchetto di plastica e nella coperta colorata, fa sparire il suo tesoro nella borsa. Si stende sul letto esausta, felice. Missione compiuta.

La mattina dopo, partenza per l’aeroporto. Un ultimo sguardo d’amore al saguaro nella hall, un abbraccio al marito e via in volo verso casa. La zia guarda giù dal finestrino la cupola lucente dell’hotel e pensa: mi porto qualcosa di te. Come l’addio a un amante.

I giorni seguenti sono tutti occupati dal nuovo arrivato e dalle sue esigenze. Compera un manuale e scopre un universo sterminato di piante grasse (lo sapete che si chiamano anche succulente?) Sfilze di doppi nomi latini, classificazioni tassonomiche complicatissime. Basta, chiude il libro. Trova un negoziante specializzato, che le dà qualche consiglio utile. Una volta tanto la zia si confronta con le esigenze concrete della pratica. Il diametro del vaso (tassativamente metà dell’altezza del cactus), l’interramento con la sabbia e la torba di drenaggio, nutrizione e concimatura (azoto-calcio-ferro-fosforo-magnesio-potassio più lo zolfo che fa proteine, ne compera per due anni). Importantissime: la ventilazione, il grado giusto di umidità e soprattutto l’illuminazione, che è la sorgente di vita! Posizione ottimale: davanti a una finestra orientata a sud-est. La zia sposta i mobili e risistema le poltrone in circolo attorno al cactus, come fosse la televisione. Da guardare però da una certa distanza, perché è una pianta che non solo punge, ma ha anche bisogno del suo spazio.

Il tempo passa. Il marito è sempre lontano, ma il cactus (irrigato puntualmente ogni quattro giorni), è sempre vicino. E, miracolo, sembra già cresciuto, non tanto, roba di millimetri, ma è una pianta che ci mette anni, decenni. Il fiore in cima è sempre schiuso, giorno e notte, e questo è un altro miracolo. Mia zia sta seduta ore e ore a contemplare il suo cactus. E a parlargli, perché alle piante fa bene.

Torna finalmente lo zio, che si sorprende del cactus (lei non gli aveva scritto niente) e le dice brava, hai il pollice verde. Si siede perfino a guardarlo, a momenti finisce anche lui per parlargli.

Viene l’epoca delle ferie. Quest’anno potranno finalmente farsi insieme una lunga vacanza in montagna. La zia è preoccupata per il cactus, ma il portinaio è fiduciario delle piante per tutto il condominio. Seguirà le istruzioni (scritte) della zia. Che gli raccomanda: gli parli qualche volta.

Rientrano dopo un mese. All’imbocco della strada un vigile li ferma. Il traffico è bloccato per un problema al numero 33. Ma è casa nostra! Alla zia casca il cuore. Corrono a piedi. Davanti al portone la gente guarda in alto. C’è un pompiere che si arrampica su una scala. La zia si sente mancare. Cosa sarà successo?

Dei serpenti usciti dal cactus hanno invaso la casa, azzarda Luigi.

Il cactus è improvvisamente cresciuto e ha sfondato il pavimento del piano di sopra, inventa l’ingegnere.

Il fiore del cactus ha divorato il portinaio, fantastica l’avvocato.

No, il cactus non c’entra niente. Un gattino, semplicemente un gattino bloccato su un cornicione. La zia respira sollevata. Vede il portinaio che sta lì con gli altri a guardare in su. Gli chiede: tutto bene? Tutto benissimo, ben tornati, risponde lui continuando a guardare in su. E il mio cactus? Il suo cactus! esclama il portinaio, ma lo sa che l’ho innaffiato per un mese e gli ho anche parlato, e solo ieri…

Dio Mio! Cos’è successo? chiede la zia con voce strozzata. Niente signora, mi domando come ho fatto a non accorgermene prima: il suo cactus è di plastica! Di pura plastica!

Silenzio. I tre ascoltatori sono perplessi e si guardano.

Plastica come?, chiede Luigi.

Cloruro di polivinile, polipropilene, che ne so. Plastica, pura plastica.

Ma allora era di plastica anche il cereus… il saguaro dell’albergo?

Direi di sì. Io azzardo, prosegue il professore, un’ipotesi: il saguaro deve essere stato autentico e in buona salute finché se n’è occupato il botanico, ricordate? Quando quello è andato con i rivoluzionari, il cactus ha cominciato a deperire (aereazione, umidità sbagliata, vallo a sapere) e poi è morto. Allora hanno pensato di sostituirlo con uno di plastica. In segreto, suppongo. Altrimenti mancava il richiamo per i turisti. Con la plastica si imita perfettamente la superficie cerosa del cactus, le spine, i colori eccetera. A pensarci bene, la piccola talea rubata dalla zia non avrebbe dovuto avere il fiore, era troppo giovane, si erano sbagliati i fabbricanti a mettercelo.

Gli sarà costato un sacco di soldi per avere un saguaro grande uguale, dice l’avvocato. Sai che mi viene un’idea? Potremmo ricattare l’albergo, farci ospitare, altrimenti li sputtaniamo con i giornali. Ci facciamo tutti un mese gratis ai tropici al Saguaro Hotel!Io mi porto laRosy…

Secondo me, obietta l’ingegnere, l’autenticità del cactus non è il vero problema dell’albergo. Quello che conta è la somiglianza assoluta. Agli yankees, che certo sono i clienti preferiti dell’hotel, non gli frega niente dell’autenticità. Gli basta che una cosa sia imitata bene. E con materiali costosi. Anzi, una buona imitazione può diventare di per sé una curiosità. Quelli dell’albergo stanno zitti finché la gente crede che sia un cactus vero. Messi alle strette ripiegherebbero sull’ottima imitazione. Non credo che possiamo ricattarli.

Come avrà fatto il portinaio ad accorgersi che era un cactus di plastica?, domanda Luigi.

Come, non lo so, dice il professore. Non era certo necessario che conoscesse la distinzione tra somiglianza e relazione d’identità o tra fallibilità assoluta e relativa. Sarà stato un portinaio con il ‘colpo d’occhio’ giusto. Dotato di eustochía, come diceva la buonanima di Aristotele. Probabilmente ha notato che il fiore era sempre aperto, giorno e notte, e l’ha guardato meglio, l’ha toccato. Di solito è così che si riconosce la verità. O il trucco.

E tua zia?

Mia zia è una creatura semplice ma anche complicata. Dopo quell’esperienza ha abbandonato per sempre la realtà e le sue rappresentazioni. Vive completamente in un mondo immaginario dove tutto può essere vero o falso, e non somigliare a niente. Comunque, non vuole più sentir parlare di cactus.

Storia emblematica, commenta l’ingegnere.

Storia molto triste, dice Luigi, scuotendo la testa pensosamente e vuotando l’ultimo bicchiere.

Per te, tutte le storie sono tristi, anche le più divertenti, dice l’avvocato mettendogli una mano sulla spalla. Coraggio, Gigetto, vedrai che andrà meglio un’altra volta.