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Un inizio e una fine

Si sente subito che qui manca un inizio e sarebbe interessante capire perché.

Non è che non si sia tentato di costruirne uno e poi di chiedersi perché non si sia riusciti nell’intento. Anzi.

Ma si sarebbe voluto cominciare con qualcosa che racchiudesse tutto: persone oggetti atmosfere sentimenti pensieri percezioni. Ricordi premonizioni esiti. Fatti che sono accaduti. Che accadranno. Che hanno finito di accadere.

Esiste un inizio così? Che sia insieme un principio e una fine?

In poesia certamente sì. Quando un inizio può essere anche una conclusione: testa e coda di un discorso infinito. E altrettanto può accadere nella musica, tutte le volte che gli strumenti sentono di poter vibrare nella stessa battuta in tutti i coloridell’arcobaleno. Colmando i cuori desiderosi di emozione.

Ma qui non c’è stato modo di sollevarsi come piume nell’aria. Né sui lievi suoni senza parole della musica, né sulle agili parole della poesia, che sanno fondere con tanta misteriosa semplicità i suoni con i sensi.

Qui si sono avute soltanto parole pesanti come piombo.

Si sono rilette faticosamente le solite istruzioni incomprensibili e si sono trascorsi giorni e giorni a consultare gli inizi di innumerevoli libri, confrontandoli tra loro e con altrettanti innumerevoli finali.

Si sono inseguite tracce e indizi che potessero confermare se davvero tra gli uni e gli altri esistessero quelle sperate connessioni, grazie alle quali le parole dovrebbero saper lievitare senza disperdersi nel turbinio delle proposizioni e dei concetti. Così da poter agire quali parti inseparabili di qualcosa che si è creduto di immaginare come una totalità. Un non si sa che pieno di infinite possibilità di rappresentare e di significare.

Di ogni inizio si sono valutate le capacità potenziali di preparare un finale che potesse essere il suo doppio o il suo esatto rovescio. Ed è tornato alla mente un passo – che si finge di non ricordare dove letto –, nel quale si eleva a teoria la capacità di raccontare – perché questo è il problema –, omettendo “qualsiasi cosa se sapevi di ometterla, e che la parte omessa avrebbe rafforzato il racconto e fatto sentire alla gente qualcosa di più di quel che capiva.” Citazione che non si è potuto far a meno di collegare con un’altra – e anche stavolta si finge di non ricordare bene la fonte –, nella quale si esalta un certo modo di narrare molto moderno: “Chi legge – dice la citazione –, si domanda per quale mistero quel racconto non è stato scritto per parlargli di qualcosa ma per farla accadere dentro di lui.”

E quando si è raggiunta la convinzione, dopo tanto cercare e confrontare e compulsare, di aver afferrato il segreto della formula, si è cercato con patetici sforzi di allineare parola dopo parola, allo scopo di assiemare un nuovo e bellissimo inizio nel quale scattasse già la trappola delle omissioni e il lettore cominciasse già a sentirsi accadere dentro tutto ciò che deve accadere. E ogni volta – ogni volta! – si è rinnovato l’abbaglio che bastassero al buon risultato l’applicazione e la perseveranza. Come quando si crede che basti seguire attentamente le istruzioni per riuscire a comporre in un giocattolo finito i pezzi sparsi di una scatola di montaggio.

Ben presto gli sforzi si sono rivelati per quello che sono: inutili tentativi. Il giocattolo che si è cercato di assemblare è venuto zoppo. Non sta in piedi. Si scopre che il pezzo più importante avrebbe dovuto essere sistemato proprio all’inizio. E che tutti gli altri pezzi si sarebbero dovuti conseguentemente spostare di qua e di là, in una grande confusione senza rimedio.

Tuttavia non si riesce a rinunciare. E si ricomincia sempre da capo. Perché una sola cosa, oramai, appare chiara: costruire inizi sarà il compito in cui si impegnerà tutto il tempo che resta della vita.

Nel riaccingersi a fabbricarne ogni giorno di nuovi, con il piacere malato del giocatore che posa il suo primo gettone sul tappeto verde, tornano alla mente tanti inizi nei quali le parole sembrano essere state disposte – da altri, da altri sempre vincitori in stato di grazia – con la semplicità e la leggerezza della musica e della poesia.

Qualcosa come: “Nel pomeriggio di una rigida giornata d’inverno, quando il sole tornò a brillare con fredda limpidezza dopo una lunga tempesta, due bambini chiesero alla mamma il permesso di correre fuori a giocare con la neve fresca”.

Oppure: “Un giorno d’estate una donna di cinquant’anni con un bellissimo nome greco passò accanto a un fiume e guardando un prato di erba alta con pioppi di là dell’acqua ricordò un bacio”.

Inizi separati da più di un secolo di narrazioni, per una storia che non ha fine. Come non ha fine il desiderio di esser presi ogni volta e trascinati via da una storia.

Si è rincuorati, o abbagliati, da tali esempi che dicono: è possibile. E spinti dall’emulazione si tenta ancora. E ancora si ritenta. Senza darsi per vinti. Ma la ricerca non illuminata dalla grazia o favorita dalla fortuna si degrada a inseguimento ossessivo. Diventa un vizio.

Si è sentito dire che esisterebbe una possibilità, l’unica, di smettere il gioco. Essa appare ai più inconcepibile e insensata, ma è in realtà la sola che resti. Che si poteva da sempre intravedere, se non si fosse stati tanto oppressi dal tormento dell’ansia.

Si dice dunque che l’altra via sia questa: smettere di cercare un inizio e dedicarsi con uguale impegno e piacere, non importa se vero o illusorio, a comporre – a tentar di comporre – una bellissima e definitiva fine.